Antonio Palmiero

APPRENDIMENTO: STORIA DI UNA SPUGNA E DEI TRE SECCHI

APPRENDIMENTO STORIA 1 SPUGNA E 3 SECCHI

PREMESSA

Sì, credo che urga un chiarimento a questo titolo: non è una fiaba da raccontare ai bimbi prima di andare a letto, ma a quei bambini, i miei figli, la raccontai per far capire loro il perché dovevano e potevano apprendere andando a scuola. Seguitemi e al termine, ci terrei, datemi la vostra opinione.

LA “STORIELLA”

Quello che andrò a scrivere, un po’ sottoforma di “romanzo”, è la “storiella” che raccontai ai mie due bambini (allora…) che frequentavano la scuola elementare – avevano 8/9 anni – e un giorno, sollecitati a studiare e a svolgere i compiti loro assegnati, mi chiesero perché dovessero farlo per apprendere le materie che venivano loro insegnate, non tutte evidentemente di loro gradimento…

Li guardai con la tenerezza che un padre può avere verso i propri figli che devono affrontare la fatica dell’apprendimento di cose delle quali non capivano l’utilità, soprattutto nell’immediatezza del loro tempo, in una età che li vedeva più interessati a giocare che a studiare: erano normali!

Nota: permettetemi di usare, in quello che seguirà, lo stile del “dialogo diretto” per rendere più immediato il discorso, qui presentato come un racconto del genere letterario assimilabile alla “narrativa”. Circa la “rappresentazione grafica”, da me artigianalmente realizzata, spero risulti chiara e comprensibile.

Ricordo ancora come, in quella occasione, mi trasformai nel Fisico del CNR Valerio Rossi Albertini… Ascoltate:

  • Bene! Ora ve lo spiegherò con un esperimento pratico – dissi loro, portandoli in cucina e procurandomi tre contenitori uguali, i “secchi” (tre scodelle della colazione…) e una spugna rettangolare, nuova, di debite dimensioni.
  • Ascoltatemi bene – dissi. Ora riempiamo, con la stessa quantità di acqua, tutti e tre i contenitori.
  • Adesso mettiamo un foglietto di carta sotto ogni scodella in modo che sporga e scriviamo il n° 1 per la prima scodella; il n° 2 sotto la seconda e il n° 3 sotto la terza. A questo punto prendiamo la spugna e immergiamola dentro la 1°.

E subito tutta l’acqua presente fu assorbita dalla spugna.

  • Ora mettiamo la spugna dentro la 2° – ma prima di farlo la spremetti per metà eliminando nel lavandino la rispettiva e relativa acqua contenuta.

La spugna assorbì parte dell’acqua della 2° scodella, ma non tutta.

  • E in ultimo, mettiamo la spugna completamente ripiena di acqua nella 3° scodella – dissi, osservando i loro sguardi incuriositi.

La spugna una volta estratta non modificò in negativo il livello iniziale dell’acqua contenuta in quest’ultima 3° scodella, ma anzi ne aumentò la quantità avendo io spremuto un po’ dell’acqua trattenuta dalla spugna satura nella scodella stessa.

I miei ragazzi mi guardarono con fare interrogativo: ma cosa significava quell’esperimento? Li guardai e vista la loro perplessità, così proseguii:

  • Vedete, figli miei, quell’acqua rappresenta le nozioni delle materie che dovete imparare; la spugna è il vostro cervello. Cosa è successo immergendola nella 1° scodella?

E loro, all’unisono:

  • Ha assorbito tutta l’acqua contenuta!
  • E sapete perché? Perché quella spugna era “vuota”, “asciutta” e in un attimo si è riempita di tutto il liquido circostante. Così è il vostro cervello, fresco, libero di apprendere e pronto a farlo, senza impedimenti.
  • E nel 2° contenitore cos’è successo? – chiesi.
  • Si è svuotato meno rispetto al primo ed è rimasta dell’acqua.
  • Come mai? – domandai loro e aggiunsi: “Perché quella spugna era già mezza piena e quindi non riusciva ad assorbire di più. Quello è l’adulto, il vostro papà che per quanto si impegni ha già il cervello parzialmente occupato dalle preoccupazioni e dalle responsabilità che il suo ruolo gli impongono: lavorare, sostenervi economicamente, provvedere agli impegni della famiglia, ecc. Per questo motivo ha meno spazio per riuscire ad apprendere oltre un certo quantitativo di nuove nozioni.
  • E il 3° contenitore? – mi chiesero ancor più incuriositi.
  • È rimasto pieno, anzi con un po’ di acqua in aggiunta, quella che la spugna ha rilasciato sotto la pressione da me esercitata.
  • E perché l’hai fatto? – mi domandarono.
  • Perché quella spugna è il cervello dell’anziano, magari con qualche malattia mentale (la demenza senile o l’Alzheimer), quello della nonna, il quale è ormai saturo e addirittura non solo non riesce più a memorizzare cose nuove, ma “rilascia”, dimentica quelle che ha appreso quando era giovane

I due (un maschietto e una femminuccia, gemelli) si guardarono in faccia, volsero il loro sguardo verso di me e… sorrisero: avevo capito che avevano capito!

CONSIDERAZIONI

Ecco, la storiella termina qui, ma credo che, fuor di metafora, il riferimento sia stato chiaro per loro e credo lo possa essere anche per gli studenti di oggi: la vita ci consente, nel momento in cui il nostro cervello è più pronto ad apprendere, di poterlo fare, se lo vogliamo…

Ma costa fatica… Certo! Ma una cosa è potersi impegnare avendone, comunque, le condizioni, un’altra è doversi impegnare non avendo più le stesse potenzialità perché le condizioni di apprendimento son cambiate.

Pensiamo ad uno studente lavoratore che, dopo 8 ore di lavoro, si debba mettere con la testa sui libri. Credetemi, parlo per esperienza personale (1), è dura e alla fatica psico-fisica profusa, non sempre si riesce a raggiungere il risultato sperato perché la mente non ha più la stessa elasticità di quando si è ragazzi spensierati, ma soprattutto è affollata da tanti altri pensieri che, quasi come “chiodo scaccia chiodo”, impediscono o complicano il processo di acquisizione di nuove nozioni.

Ma perché vi ho raccontato questa storiella? Perché di fronte al “problema scuola”, ivi compreso il fenomeno dell’abbandono precoce seppur dovuto anche a condizioni sociali più degradate, così come emerge anche dalle “chat” dei social che trattano l’argomento (uno per tutti, ma non l’unico, su Facebook “IL GESSETTO”, non sempre condiviso e tacciato di essere propugnatore di una scuola “vecchio stampo”… viva Dio!), la maggiore lamentazione è il quasi totale disinteresse ad applicarsi da parte degli studenti, ovviamente non la totalità, ma la maggioranza…, nel seguire le lezioni e nello studiare quanto spiegato in aula.

Qui poi entriamo in una “guerra” tra docenti e famiglie le quali, invece di imporsi sui figli pretendendo che studino ed APPRENDANO, li difendono ad oltranza sino a scontrarsi anche fisicamente con i docenti per dare ragione ai loro pargoli! Ignoranti i figli, ma ancor di più i rispettivi genitori. La locuzione latina “Talis pater talis filius” (o anche “Qualis pater, talis filius“) credo sia sempre attuale… e la cronaca non mi smentisce.

Quello che vorrei far comprendere ai giovani studenti di ogni ordine e grado è che se non si tesaurizza il tempo preziosissimo che va dalle elementari sino alla maturità e/o alla laurea, breve e/o magistrale che sia, per quanto sopra detto (rileggi la “storiella”…), dopo è durissimo e ancor più faticoso recuperare il tempo sprecato e buttato letteralmente via in, scusate l’espressione, “cazzeggiamenti” vari.

Anche perché quegli anni giovanili non tornano più e il cervello, se non è stato attivato e sollecitato, sin “spremuto/stimolato” negli anni in cui la sua maggior plasticità permette di dare il meglio (il cervello è come il muscolo di un atleta: più lo alleni e più forte diventa), successivamente si “atrofizza”. È come essere alla guida di una Ferrari e andare sempre in prima: se non fondi il motore, lo ingolfi e a 300 orari non riesci più a farla andare. Così vale per il nostro cervello che se non sfruttato si atrofizza e diventa “pigro”. Idem per la memoria.

CONCLUSIONE

Vi domanderete perché abbia sentito il bisogno di scrivere questo articolo. Forse qualche rimpianto per i propri figli perché non si sono realizzati? No, grazie a Dio, non ho avuto di questi problemi ed entrambi lavorano dal giorno successivo al loro diploma (mia figlia) e, mio figlio, dopo aver conseguito una laurea magistrale.

E allora? Allora penso veramente al danno che la nostra scuola – così come “non-funziona” – produrrà ad una generazione di persone meno preparate per aver svolto programmi risibili, con mille materie nuove – forse inutili e spesso affrontate in modo superficiale – con un livello di impegno richiesto sempre più basso, con promozioni pressoché garantite senza un merito reale, che non apporteranno quello sviluppo necessario alla nostra società per crescere, un lusso dal quale non possiamo esimerci, mai come in questi tempi in cui, detto impegno, è richiesto al massimo livello in ogni campo!

Farneticazioni? No, è la realtà dove si verifica che, nel mondo del lavoro, ci sono richieste di personale preparato e tecnicamente specializzato che non si riesce a trovare. E la scuola che colpa ne ha? Quella di non fornire le basi culturali, ognuna nel suo ambito, per il proprio corso di studi, tali per cui un giovane diplomato/laureato nel giro di sei mesi possa inserirsi nel mondo produttivo. Non si dice che debba avere esperienza pratica appena uscito dalla scuola, ma almeno avere una preparazione teorica “inattaccabile”, cioè sufficiente da comprendere quello che dovrà acquisire poi nella pratica, in tempi rapidi.

Ciò vale anche nel mondo della scuola professionale. Pensiamo ad un artigiano (trovarne uno “nostrano”, cioè italiano, senza nessuna preclusione per quello straniero, è diventato un terno al lotto…) che per limare una superficie di ferro usasse una lima per il legno o un muratore che non sapesse come combinare sabbia, cemento ed acqua per costituire la malta che servirà a cementare tra loro i mattoni per la realizzazione di un muro, ecc., sarebbe drammatico!

Ma il mondo del lavoro li sfrutta e sottopaga… Di questo ne potremmo parlare a lungo, ma se il datore di lavoro “sfrutta” il neoassunto, e ciò è sbagliato, anche il “nemmeno ancora assunto”, ancor prima di esserlo,al primo colloquio, avanza condizioni di “qualità” di vita (orario di lavoro, ferie, intoccabilità del sabato o della domenica, anche se occasionali, distanza dall’abitazione al posto di lavoro, stipendio, ecc.) che spesso dimostrano una scarsa voglia di lavorare e sacrificarsi così come, ai tempi della scuola, di studiare… e la storia si ripete.

Un’ultima cosa e concludo. Si parla tanto di qualità di vita: ma se non guadagni 1 €, di quale qualità di vita stiamo parlando? Forse di quella garantita dallo stipendio dei genitori o dalla pensione dei nonni? E, non vorrei ripetermi, ancora una volta la famiglia mantiene il loro pargolo, non più adolescente ma drammaticamente pseudo-adulto, così come lo proteggeva quando andava a scuola (ma non a studiare…).

Con affetto, Vostro Antonio.

  • Nota – Ricordo di aver frequentato la facoltà di Ingegneria Meccanica al Politecnico di Milano – corso serale per studenti-lavoratori, intorno ai vent’anni – e pur impegnandomi con tanta buona volontà, lavorando di giorno e frequentando di sera (al rientro dalle lezioni universitarie, a casa, dopo cena, poi mi mettevo a studiare sino a tardi e nei weekend) riuscii a superare quattro esami del primo anno, in due differenti anni accademici… Poi mi ritirai e cambiai lavoro e vita professionale, ma questa è un’altra storia (per chi fosse interessato, potrà leggere la mia autobiografia professionale nel libro “Storia di un uomo”). Per la cronaca, seppi che dei 150 iscritti al primo anno di quel corso, si laurearono in Ingegneria Meccanica… 5 studenti-lavoratori. Chi ha orecchie per intendere, intenda…

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