Antonio Palmiero

UN “BUON CRISTIANO” È ANCHE UN “BUON DEVOTO” E VICEVERSA?

Un "Buon cristiano" è anche un "Buon devoto" e viceversa_AntonioPalmiero

PREMESSA

Da Wikipedia:

“Per devozione, in un contesto religioso o spirituale, si intende un forte sentimento ed un conseguente atteggiamento di amore provato dall’essere umano verso Dio, oppure un amore trascendentale. Pur trattandosi di un amore di tipo spirituale, non paragonabile ai legami terreni, può manifestarsi sul piano fisico con esperienze di tipo mistico o estatico”.

Ma la devozione al sacro è una “conditio si ne qua non” cioè una“condizione senza la quale non si può essere buoni cristiani o si può essere un buon cristiano anche senza essere un buon devoto?5

È il quesito che ci poniamo all’inizio di questo blog e può essere un elemento di riflessione talvolta motivo di discussione tra credenti, all’interno della fede che ognuno di noi, osservante e praticante, professa.

ANALISI

Qualcuno che magari è un po’ lontano dal “fumo delle candele” (così si diceva una volta, ma sempre meno presente nelle chiese per via della modernizzazione che le sta praticamente sostituendo con quelle con la lampadina, a luce elettrica…) si domanderà quale importanza abbia porsi un quesito di tal fattura.

Beh, penso che per chi non crede o sia un cristiano solo perché ha ricevuto il sacramento del S. Battesimo, ma da allora e dopo i due sacramenti dell’iniziazione cristiana – S. Comunione e S. Cresima – non ha più varcato la soglia di una chiesa né si ricorda più nemmeno come si faccia !

Per chi invece ha ancora l’abitudine di frequentare le funzioni religiose e di pregare, forse il tema che vorrei sviluppare potrà essere di maggior interesse facendo sorgere, probabilmente, anche qualche interrogativo.

Ma perché essere devoti ad un santo, o al Sacro Cuore di Gesù Cristo o alla Madonna è contrario agli insegnamenti della Chiesa? Oh, no di certo! Ci mancherebbe, ma il punto è un altro: la nostra devozione è autentica o non piuttosto frutto di una abitudine trasmessaci e alla quale, quasi scaramanticamente, siamo “devoti”, appunto?

Detto altrimenti: noi recitiamo, puntualmente ogni giorno, le nostre orazioni, suppliche e novene; ripetiamo una serie di preghiere e litanie che non finiscono mai e con questo ci sentiamo a posto? O non ci sovviene qualche dubbio che tutte queste pratiche devozionali non siano piuttosto abitudini perpetuate nel tempo ma svuotate del loro senso, del loro significato spirituale? Non rischiamo di confondere il rito con il culto? Non rischiamo di ripetere gestualità svuotate del loro senso (di cui probabilmente non ne conosciamo nemmeno il significato)?

Rosari recitati in automatico con la ripetizione di Ave Maria nei quattro Misteri (Gaudiosi, Luminosi, Dolorosi e Gloriosi) come un “mantra”, magari con quella cantilena che possiamo ascoltare quando eseguito a voce alta nelle chiese dalle nostre “vecchiette”, seguite da quei fedeli che si recano in chiesa prima dell’inizio della funzione religiosa, per lo più durante la settimana, nelle S. Messe feriali, ecc. ecc.

Ma forse tu ce l’hai con chi prega? Verrebbe spontaneo chiedermi e aggiungere se non sono un cristiano all’acqua di rose o, ancora, un non credente che non vede l’ora di parlar male della religione e di tutto ciò che ne segue…

Tranquilli, non è così, ma proprio perché credo e anch’io prego, mi interrogo sul significato che queste pratiche devozionali hanno in sé o, meglio, se queste siano la via giusta per testimoniare la nostra fede.

Perché? Ci sarebbe un altro modo?

Vedete, la domanda, volutamente provocatoria, solleva il problema della coerenza tra il dire e l’agire. Cosa intendo? Intendo che troppo spesso il buon cristiano “predica bene, ma razzola male”, cioè il comportamento nei confronti del proprio prossimo non risulta uno specchio di trasparenza tra i sentimenti e i valori cristiani che professa e il loro attuarli nella pratica quotidiana.

Da Internet, interrogandolo sulla vita di San Francesco di Sales, si legge nella sua Introduzione alla vita devota (Filotea) quanto segue. Egli “…descrive la falsa devozione come una pratica esteriore priva di vero amore per Dio e di virtù interiori. Egli avverte che la vera devozione perfeziona ogni vocazione, mentre la falsa devozione crea ostacoli, separando la preghiera dalla carità e dalla vita quotidiana.” 

Ecco il punto! Ripeto: “…la falsa devozione crea ostacoli, separando la preghiera dalla carità e dalla vita quotidiana.” 

Non riportavo, poc’anzi, questa considerazione? Ma perché, esiste anche la “falsa devozione”? Come sembra, non esistono solo le “fake news” ma anche le “false devozioni”: il falso (e qui perdonatemi se mi viene spontaneo in mente il re del falso: Satana, “Il Falsario” – titolo anche di un libro scritto da Padre Livio Fanzaga, Direttore di Radio Maria, pubblicato dalla Casa Editrice Sugarco).

Addirittura andiamo a scomodare il diavolo? No, non serve, tanto lui se può inquinare anche ciò che c’è di buono, lo fa in autonomia… Quello che desidero sollevare in questo articolo è l’attenzione circa le nostre abitudini (“cattive”) che possono inficiare i nostri buoni propositi di buoni cristiani devoti, a parole, ma non nel comportamento.

Diceva San Francesco di Sales, a proposito della “falsa devozione”, riportato anche dall’allora Papa Francesco:

“Chi si consacra al digiuno, penserà di essere devoto perché non mangia, mentre ha il cuore pieno di rancore; e mentre non se la sente di bagnare la lingua nel vino e neppure nell’acqua, per amore della sobrietà, non avrà alcuno scrupolo nel tuffarla nel sangue del prossimo con la maldicenza e la calunnia. Un altro penserà di essere devoto perché biascicherà una sfilza interminabile di preghiere; e non darà peso alle parole cattive, arroganti e ingiuriose che la sua lingua rifilerà, per il resto della giornata a domestici e vicini. Qualche altro metterà volentieri mano al portafoglio per fare l’elemosina ai poveri, ma non riuscirà a cavare un briciolo di dolcezza dal cuore per perdonare i nemici; ci sarà poi l’altro che perdonerà i nemici, ma di pagare i debiti non gli passerà neanche per la testa; ci vorrà il tribunale”.

E conclude:

“Tutta questa brava gente, dall’opinione comune è considerata devota, ma non lo è per niente”.

Quindi? Potremmo concludere qui la riflessione perché credo che la saggezza e la schiettezza di queste parole possano considerarsi esaustive circa la domanda presente nell’incipit di questo articolo, o no?

Se necessario, anche il Vangelo Matteo 23,27-32 ci viene in soccorso: “27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. 28 Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”.

Mi sembra che il discorso non faccia una grinza…

Vedete, nel nostro parlare comune, non si usa forse l’espressione “essere devoti a…” qualcuno che ci è particolarmente caro, anche senza scomodare santi protettori ed altro ancora. Ma proprio per questo la coerenza ci invita ad avere un comportamento conseguente a questo legame affettivo verso quella persona.

Essere devoti ad una persona significa dare la propria disponibilità, interessarsi se costui abbia bisogno di un aiuto, necessiti di conforto morale, e via via applicare le opere di misericordia spirituale e materiale nei suoi confronti. In una parola esprimere la nostra solidarietà umana, quella carità cristiana che è l’amore verso il prossimo, in particolar modo verso colui al quale siamo così devoti, appunto.

Ma che senso avrebbe recitare la novena alla “Madonna che scioglie i nodi” oltre alle altre devozioni mariane (Madonna di Lourdes, Pompei, Fatima, del Carmelo, ecc.), non perdere uno dei “Nove primi venerdì del mese” al Sacro Cuore di Gesù, recitare il “Triduo, la tredicina e il “Si quæris miracula” a Sant’Antonio di Padova”, ecc., ecc. (di devozioni ce ne sono a iosa…) se poi, usciti di chiesa, giriamo la testa dall’altra parte a chi ci chiede un obolo o, forse, anche una parola di conforto?

Personalmente sono molto devoto a Sant’Antonio di Padova (mio patrono, portando il suo nome) e alla Madonna della Medaglia Miracolosa, Santo e Regina dei Santi ai quali spesso nella mia vita mi son rivolto (per chi fosse interessato all’argomento, lo invito a leggere il mio libro <<Solo casualità o “Progetto”? Accadimenti particolari di una comune esistenza>> dove il mio pregare devotamente, cioè con tutta la mia fede e con perseveranza, mi ha consentito di ricevere delle grazie impensabili…) ottenendo per la poro intercessione presso il Signore (perché è il Signore Gesù che concede le grazie, non i Santi, ma per la poro intercessione, ripeto, e per i loro meriti, Lui ci concede ciò che gli chiediamo se per il nostro bene materiale e spirituale) ciò per cui mi ero loro rivolto. Non sempre, ma spesso e laddove non avevo ottenuto quando domandavo, alla fine si è dimostrato essere un bene per me.

Ecco, senza cadere nella facile retorica che in questi casi è spesso utilizzata anche per demolire ciò che di positivo c’è in una sana devozione, credo di aver chiarito cosa intendo per devozione autentica e come un cristiano possa definirsi “buono” non per ciò che dice, ma per quello che testimonia in coerenza di comportamento.

A tal proposito, per chi volesse approfondire questo tema specifico, posso suggerire la lettura di un mio libro dal titolo “Storia di un uomo” dove riporto proprio un’esperienza legata ad una mia richiesta di natura professionale, non esaudita, ma che ringrazio non lo sia stata! Sarebbe ora troppo lungo descriverla in questa sede, ma, ribadisco, per chi ne fosse interessato, vada a leggerlo in quel libro.

Quindi mi sto contraddicendo circa la mia considerazione in esordio sulla perplessità relativa alle pratiche devozionali? Non credo, ma rigorosamente tendo a rifiutare quel devozionismo che assume spesso più le sembianze di un paganesimo che non espressione convinta di fede e soprattutto di coerenza con gli insegnamenti che quella pratica dovrebbe rafforzare in chi la segue che non essere una forma di “esenzione” dagli impegni a cui il “buon cristiano” deve attendere.

CONCLUSIONE

Vorrei concludere con queste parole: “Per San Francesco di Sales, la vera devozione non consiste in pratiche straordinarie, ma nel fare tutto con amore, umiltà e carità verso il prossimo, senza cercare l’ammirazione degli altri”. E così sia!

Con affetto, Vostro Antonio.

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