PREMESSA
Questa frase, leggermente modificata, prende spunto dall’espressione dello scrittore italiano Carlo Levi “Le parole sono pietre” e, per la sua rilevanza, mi ha stimolato ad affrontare con voi il tema delle “parole” e del loro uso quotidiano, sia nel comune dialogo che a livello di comunicazione sociale, politica e diplomatico-internazionale e di quale potenza abbiano in sé stesse nel momento in cui vengono profferite. Di certo non intendo sviluppare questa tematica in tutte le sue declinazioni perché rischierei di scrivere una “enciclopedia” vista la vastità che l’argomento implicherebbe sia in termini di riflessioni che di applicazioni: uno sviluppo pressoché infinito…


Mi limiterò, invece, ad una considerazione di carattere generale che comunque farà riferimento alle diverse conseguenze che l’uso improprio della parola, per forma e sostanza, può comportare, lasciando a voi l’invito ad un ulteriore e personale approfondimento.
ANALISI
Vi siete mai domandati se, nel nostro parlare, l’uso di una terminologia piuttosto di un’altra può avere un effetto rilevante nei confronti della persona con la quale stiamo interloquendo o meno?
Ma questa domanda vale a maggior ragione quando la parola viene utilizzata in pubblico, sia nella forma verbale che scritta, sia tramite i mass media (radio, televisione, giornali, ecc.) che attraverso i social media (piattaforme online come Facebook, Instagram, ecc.) che hanno un impatto sociale di ben più ampia e variegata portata coinvolgendo, senza filtro alcuno, un pubblico indifferenziato per età, sesso, religione, grado culturale, pensiero politico, posizione sociale, ecc.


Credo che ci si renda conto dell’impatto e dei risvolti di varia natura che una tale diffusione può avere sulle menti delle persone e le relative reazioni/conseguenze a livello locale e/o globale.
Se la forza di una parola scambiata tra due persone può generare, in positivo, la nascita di una amicizia, di una attività produttiva in comune, una società (pensiamo alle più note “società di persone” quali, per esempio, secondo il Codice Civile, una “S.n.c.”, cioè una “Società in Nome Collettivo” o una “S.a.s.”, cioè una “Società in Accomandita Semplice”), in negativo può invece generare una lite che, come si usa dire: “Dalle parole si passa ai fatti”… cioè, “alle mani” o, peggio, agli accoltellamenti (così di “moda” oggi giorno pure tra gli adolescenti) o alle revolverate!
Spesso l’offesa verbale, l’insulto, la minaccia preludono a fatti ben più gravi sino a guerre tra famiglie – le tristemente famose faide tra famiglie mafiose che arrivano al quasi totale sterminio dei relativi componenti dell’una e dell’altra! – certamente situazioni estreme legate anche ad aspetti culturali e drammatiche tradizioni di un alterato concetto di “onore”, ma così è e la storia ci è testimone.

Ma se allarghiamo il campo relativo alla potenza della parola, anche e soprattutto a livello politico, ci accorgiamo come il lessico utilizzato può diventare veramente impattante: qui, l’insulto della ideologia avversaria, si trasforma presto dallo scambio di opinioni espresse in uno studio televisivo o in Parlamento, alle manifestazioni di piazza con le ben note devastazioni ad opera di frange organizzate che vengono usate strumentalmente da una forza politica contro l’altra, al fine di abbattere lo status quo.
Forse che gli stessi vocaboli utilizzati in una composizione non ne modificano il senso in base al contesto in cui vengono impiegati? E allora immaginiamoci due delegazioni diplomatiche che discutano di un trattato sulla pace tra due nazioni belligeranti (vedi Russia – Ucraina o Israele e Palestina o U.S.A. e Iran) e quanta attenzione devono avere nell’avvalersi di un termine piuttosto che di un altro, calato nella dialettica politica al fine di non urtare la suscettibilità culturale dell’altro interlocutore o, al contrario, usare una terminologia provocatoria per ottenere il risultato opposto.

Pensiamo alla dialettica del venditore che cerca di “imbonire” (a mo’ di “imbonitore”, appunto…) il potenziale cliente per cercare di perfezionare quello scambio commerciale o, ancora, al professionista della parola per antonomasia: l’avvocato che, per il suo tramite, utilizzando i giusti termini, cerca di ottenere il verdetto finale del giudice a proprio favore e convincerlo dell’innocenza o della non colpevolezza del proprio difeso.
Ultimo, ma non ultimo esempio, pensiamo all’effetto economico che una parola detta da un Capo di Stato o dal Presidente della FED americana o dal CEO di una multinazionale o di una Società di Rating come possa influenzare un titolo di Borsa o la stabilità/affidabilità di una Nazione…
E potremmo andare avanti all’infinito con altrettanti esempi e riferimenti, ma lo scopo di questa riflessione vuol prendere in esame anche il risvolto più delicato sulla coscienza delle persone, di come e quanto le parole usate possano influenzare le loro decisioni sia moralmente che materialmente, le prime ad influenzare la concretizzazione delle seconde.
RIFLESSIONI

Nel titolo paragonavo le parole a pietre, prendendo spunto dal citato “titolare” dell’espressione, lo scrittore Carlo Levi. Sì, forse che tali non lo siano le offese? Quando un’espressione viene esternata, questa colpisce chi la ascolta generando in lui una riflessione – spesso più una immediata reazione se veniamo offesi – che lo porta a prendere in considerazione ciò che quel concetto può generare in lui, eccitandone la risposta, modificandone l’atteggiamento, sollecitandolo a prendere delle iniziative che mai avrebbe fatto sino a quel momento.
La parola di conforto può risollevare una persona in crisi depressiva, distoglierla da un proposito suicidario, ridargli fiducia e la voglia di ricominciare, così come una parola sbagliata potrebbe stroncarla, demolirla… Pensiamo ad una verità brandita come una clava, ad esempio nel riferire ad un amico/conoscente l’aver scoperto il relativo coniuge in inequivocabili atteggiamenti intimi con un amante. Il fatto è vero, indiscutibilmente, ma il riferirlo, magari con toni di “sfottò”, di certo non è un gesto cristiano e non scevro di conseguenze pratiche quali liti, separazioni e/o divorzi, quando non omicidi…

Ancora una volta mi sovviene l’accostamento con le armi… le pietre, appunto. Una verità buttata in faccia senza riguardi, è come una sassata in pieno volto. Non si dice, a proposito di armi, che “la lingua taglia più della spada”? Non sarà un caso, no?
Pensiamo ai litigi in famiglia, quando il nervosismo o l’ira ottenebrano la mente e le parole escono dalla bocca (più che dal cuore: non si dice, infatti “L’ho detto con la bocca ma non lo pensavo”?), ma una volta uscite devastano l’altro creando potenzialmente delle grandi fratture. Ciò che è stato detto è detto, come ci insegna la saggezza popolare: “Parola detta, non torna indietro”, così come, sempre per restare in tema, un sasso lanciato non torna indietro, non è un boomerang… (a volte la parola espressa può tornare indietro , ma in senso figurato e controproducente per chi l’ha espressa, ma è un altro concetto).

Nella nostra società, mi sembra che la terminologia usata, anche sulle reti nazionali, nelle trasmissioni tv, sia scaduta notevolmente. Mi sembra di poter affermare, senza tema di smentita, che abbia avuto una metamorfosi: da “parola” a “parolaccia” – spesso anche nelle fasce orarie “non protette” – motivo per cui il lemma “figo” viene usato per indicare, con una espressione gergale, qualcosa di “grande”, “fantastico”, ma pronunciato al femminile mi evoca qualcos’altro di meno “eclatante” ma, magari, di più “eccitante”… e nei tempi passato-recenti veniva apostrofato come termine “volgare”, soprattutto se rivolto ad una donna.
Oggi, in questa società contraddittoria dove regna l’ipocrisia del “politically correct”, questo termine al femminile è stato sdoganato ed usato nelle trasmissioni come d’uso comunemente accettato.
Va bene la dinamicità della lingua che fa diventare arcaici certi termini ed introduce ulteriori neologismi, ma il significato e il valore della parola dovrebbe essere salvaguardato. Non si diceva un tempo, ad esempio, che bastava la parola data, la “parola d’onore”? Oggi, manco con le carte bollate firmate e sottoscritte si riesce a far mantener fede alla parola data, appunto!
Ricordo ancora, da uomo con i capelli bianchi, la pubblicità del confetto lassativo Falqui con lo storico slogan “Falqui, basta la parola!” fu coniato per aggirare la censura televisiva (pensate!) dell’epoca che, come riporta Internet: “…vietava di menzionare esplicitamente le funzioni lassative del prodotto, basandosi su un gioco di parole.”
Come oggi…
Nella nostra cultura diventata “parolaia” – anche nella preghiera… ma questo è un altro tema che meriterebbe una riflessione ed un approfondimento teologico a parte – si evidenziano sempre più concetti demagogici di cui la parola è l’elemento costitutivo usato ed abusato per stravolgere anche i concetti più assodati e consolidati riuscendo a giustificare… l’ingiustificabile, il tutto e il contrario di tutto, creando volutamente confusione, demolendo certezze garantite dal Diritto naturale a favore di un Diritto positivo ad uso e consumo delle differenti convenienze ideologiche .
Con le parole giustifichiamo ogni nefandezza; con le parole i “negazionisti” riescono a negare anche l’evidenza (vedi la Terra “piatta”!) o, peggio “l’olocausto”; con le parole si vuol far accettare la filosofia del “gender fluid” come se fosse la normalità; l’aggressore che vien fatto passare per l’aggredito; il povero per ladro e l’arricchito per derubato (senza chiedersi come si sia arricchito e da dove provengano quei proventi)… e via di questo passo.

Forse che le guerre e i conflitti che stanno caratterizzando questo XXI secolo non sono frutto di una escalation che, al di là degli interessi geopolitici, nasce da un dialogo in cui l’uso strumentale della parola e della demagogia politico-militare stravolge la verità oggettiva per giustificare il proprio intervento armato (l’attuale e non più menzionata “Operazione Speciale” di Putin)? Accuse e falsità propagandistiche a sostegno delle proprie finalità? Ma come si farebbe ad aizzare un popolo (ricordiamo il XX secolo con gli Hitler, i Mussolini, gli Stalin…) se non con parole studiate a toccare ed eccitare gli animi sollecitando le leve dei benefici (immaginari…) che quel conflitto bellico avrebbe dato al proprio popolo?
I Putin di oggi, gli Xi Jinping, i Trump, gli Ali Khāmeneī, e Kim Jong-un, forse non utilizzano una dialettica in cui la parola può diventare e diventa un’arma letale? Non sarà un caso se il motto di Papa Leone XIV è “Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra”.
NOTA
C’è anche da riflettere sulla povertà espressiva dei nostri giovani studenti. Un vocabolario spesso ridotto ai minimi termini… Traggo da Internet:
“Il Lessico Fondamentale – La maggior parte degli italiani, inclusi molti studenti, utilizza quotidianamente un vocabolario limitato, spesso composto da circa 2.000-3.000 parole (il cosiddetto “lessico fondamentale” e “di alto uso”).
Riduzione nel tempo – Alcuni studi hanno evidenziato una preoccupante riduzione del numero di vocaboli conosciuti dai ragazzi. Umberto Galimberti ha citato statistiche secondo cui un ragazzo scolarizzato negli anni ’70 conosceva circa 1.500 parole, mentre oggi tale numero potrebbe essersi ridotto drasticamente (addirittura citando una stima di sole 650 parole in contesti di minore scolarizzazione), indicando una crescente difficoltà nella padronanza della lingua italiana”.

Questo aspetto che lascia perplessi già per definizione (mi domando: ma a scuola cosa vanno a fare? Oggi come oggi, in questo mondo sempre più tecnologizzato, cosa insegnano e cosa apprendono gli studenti?) ha un risvolto sociale pericoloso che non sempre si tiene presente nella dinamica relazionale di gruppo. Cosa intendo dire? Semplicemente, ma drammaticamente, che anche nelle discussioni che nascono tra i ragazzi, spesso si arriva allo scontro fisico perché non sono più in grado di utilizzare le parole, in quanto “disarmati” per una povertà linguistica, nel sostenere le proprie tesi e quindi quando si vedono in difficoltà nel portare avanti il proprio intento, la propria idea, la propria tesi, per imporla, passano all’uso della forza fisica per “vincere” l’oppositore di turno o, nella migliore delle ipotesi, si riempiono di improperi (le “parolacce”, delle quali invece hanno un ampio repertorio…).
Sbaglio?
CONCLUSIONI
Quando le parole si trasformano in pietre, allora (traggo dall’articolo di Vito Magistro pubblicato su LA VOCE DELL’ANTONIANO ROGAZIONISTA PADOVA n° 1 di gennaio 2026):
“Un’accusa infondata, una calunnia o un discorso d’odio non rimangono solo suoni o inchiostro; diventano fatti che distruggono reputazioni, alimentano pregiudizi e generano violenza (la “guerra delle parole”)”.
Come volevasi dimostrare, e non l’ho detto io…
E di violenza nel mondo, ma anche nella nostra Italia, mi sembra ce ne sia già sin troppa e se non impariamo ad abbassare i toni, se l’uso anche della comunicazione paraverbale (tono, intensità, ritmo, ecc.) cioè del modo di esprimersi non viene controllato da noi stessi o da qualcuno a ciò preposto (un moderatore televisivo, un presentatore, ecc.) in grado di moderare i termini, la palese maleducazione, l’aggressività, l’arroganza e la strafottenza, il rischio è quello di trasformare un “dono” divino – la parola – in un “danno” umano!
Con affetto, Vostro Antonio

P.S.: e pensare che la Parola con la “P” maiuscola (il “Verbo”, nel Vangelo di Giovanni 1, 1-3) così recita:

“1 In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. 2 Egli era in principio presso Dio: 3 tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste”.
E, in Genesi, quando Dio parla, crea… Noi, invece, con la nostra parola, distruggiamo…


















