Antonio Palmiero

S. QUARESIMA 2026: QUALE DIGIUNO?

S. QUARESIMA 2026: QUALE DIGIUNO_ANTONIOPALMIERO

PREMESSA

A breve, quest’anno il 5 aprile, sarà celebrata la S. Pasqua per i cattolici e nel ricordare il significato del termine (Pasqua significa “passaggio”, e per noi cristiani cattolici significa celebrare la Resurrezione di Gesù, intesa come il passaggio dalla morte alla vita e la liberazione dal peccato) sappiamo che è preceduta da un periodo chiamato Quaresima, cioè quaranta giorni di preparazione nei quali vengono raccomandate tre indicazioni specifiche: la preghiera, l’elemosina e il digiuno.

ANALISI

Non vorrei dilungarmi in un’analisi che ho già effettuato in un mio precedente blog (“La S. Pasqua e la Pasquetta: quali i simboli e il loro significato?) sottolineando il significato dei vari simboli che accompagnano questa ricorrenza così importante per i credenti, quanto soffermarmi su una delle tre indicazioni che caratterizzano il cammino pasquale senza tralasciare però le altre due componenti della S. Quaresima.

Prima di trattare il tema evidenziato nel titolo di questo blog, come detto, non possiamo non analizzare queste primarie due condizioni, in particolare partendo dalla preghiera. Siete d’accordo?

Bene, allora procediamo.

LA PREGHIERA

Nei tempi in cui viviamo sembrerebbe anacronistico parlare di preghiera e dell’atto che la concretizza: il pregare. Ma perché è ancora in uso questa pratica (a tal proposito vi invito a leggere il blog La preghiera: è un retaggio ancora praticato?)? Fuori da ogni schema preconfezionato e confessionale, mi viene spontaneo riflettere su come ognuno di noi lo faccia quotidianamente senza rendersene conto. In che senso? Mah, pensiamo per esempio a quando chiediamo, magari in forma accorata, di essere esauditi in qualche nostra necessità o a un genitore, se figli, o ad un coniuge se sposati. Non è forse una forma di “supplica” affinché la nostra richiesta venga accolta?

Ancora: quando ci rivolgiamo ad un amico o a un collega di lavoro, pregandolo di farci una cortesia, non è anche questa una forma di preghiera? Poi potremmo anche affermare che però non è questa quella che si intende dal punto di vista religioso: la recita di una “filastrocca” imparata da piccoli che continua, in chi crede, anche nei grandi per rivolgersi ad un “soggetto” sacro. Un santo, un angelo – magari quello “custode” – alla Madonna o direttamente a Gesù, a Dio e allo Spirito Santo, la S.S. Trinità.

Certo, provocatoriamente ho voluto paragonare una semplice richiesta di umano aiuto alla preghiera rivolta al sacro, per un suffragio (per i nostri cari defunti) o di intercessione (per un nostro bisogno materiale e/o spirituale).

In Quaresima ci è chiesto un ulteriore passo: la preghiera penitenziale, quella per chiedere perdono in modo sincero e profondo a Dio Padre dei nostri comportamenti difformi dal Suo insegnamento e invocare la Sua Misericordia. Non che durante l’anno e più estesamente durante tutta la nostra vita non lo dobbiamo fare, ma in questo periodo diventa una ulteriore opportunità di riflessione per fermarci un attimo e, esaminata la nostra vita, la nostra coscienza, domandare al Signore perdono per le nostre fragilità, per i nostri peccati e le relative colpe.

Passatemi la metafora: è un’occasione per fare il “tagliando” al nostro modus vivendi e pensandi, spesso così distratto dai tanti affanni quotidiani da non trovare uno spazio temporale per rientrare introspettivamente in noi stessi. Non è forse così? La distrazione da noi stessi che la nostra società ci impone, con mille meccanismi subliminali e/o espliciti, non ci consente di riflettere sul senso più profondo del nostro vivere e del reale significato della S. Pasqua.

Ma come si fa a pregare senza che i nostri pensieri quotidiani, che affollano costantemente ed insistentemente la nostra mente, ci abbiano a distogliere da questo proposito? Beh, in prima istanza dobbiamo avere il proposito, appunto, di pregare, poi se lo vogliamo realmente, luogo, modalità e tempo lo troveremo, ognuno il proprio. Chi nella sua stanza, con la luce fioca di una candela accesa; chi camminando lungo una strada di campagna lontana dai rumori della città; chi passeggiando in montagna o lungo una spiaggia più deserta in questo periodo dell’anno…

Magari mentre si fa una corsetta per tenersi in forma; chi portando a spasso il cagnolino e/o spingendo la carrozzina del proprio bambino o chi sta andando verso una chiesa, una cappella… un luogo dove il silenzio aiuti a concentrarsi e non a distrarsi.

Il Signore in Matteo 6, 5-6 così insegna:

5 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

Come e per quanto tempo? Non c’è un manuale, o meglio, possono esserci delle guide spirituali che suggeriscono come farlo, ma ognuno deve trovare il suo modo. Ciò che conta è il desiderio di farlo: già questo è preghiera ben accetta al Signore. Non occorre recitare a memoria preghiere in modo pappagallesco, senza comprendere nemmeno il senso di ciò che andiamo ripetendo. Il Signore apprezza la spontaneità della nostra invocazione, del dialogo che instauriamo con Lui che è lì, accanto a noi, come un amico, ma con l’“A” maiuscola, seduto sulla nostra stessa panca di quella chiesa o di quel parco. È lì che cammina con noi e ci ascolta…

Com’è difficile oggi essere ascoltati! Tutti che parlano, che hanno da dirci cosa dobbiamo fare o non fare, ma quanto poco sono disponibili ad accogliere il nostro stato d’animo, le nostre sofferenze! Il Signore, invece, no: Lui ci parla ascoltandoci, dandoci, in modo misterioso, quei suggerimenti per farci comprendere se stiamo vivendo la nostra vita o ci stiamo lasciando vivere…

Ma cosa dirgli, come parlargli? Ecco, la preghiera è un dialogo, non della mente, ma del cuore. Un riconoscere la nostra miseria, la nostra debolezza, la nostra difficoltà a seguire il Suo disegno di salvezza per noi, il nostro ricadere sempre negli stessi peccati in “pensieri, parole, opere” e, per non farci mancare nulla, anche in “omissioni”.

Di queste quattro condizioni sul peccato, per chi volesse approfondire il tema , ho redatto un libro dal titolo “Diario Spirituale” (e perché non utilizzare questo testo per un cammino di preghiera?) dove al suo interno, tra i vari argomenti toccati, anche di natura laica, c’è un più ampio capitolo dedicato al peccato commesso nelle quattro forme su richiamate ma anche come con le stesse condizioni che ci inducono a trasgredire la volontà del Signore, si possa fare del bene. Paradossale vero? No, basta meditarci su, magari aiutati anche da un libro che ne parli in modo semplice, da laico cristianamente formato, pur non essendo un presbitero.

Una nota: quel capitolo sul peccato (Cap. 2 – della Sezione religiosa – del libro) è preceduto da un 1° capitolo: “La preghiera”… Volete dire che sarà stato un caso?

Ora, passiamo al secondo punto sperando di essere riuscito a stimolarvi e farvi riflettere sull’importanza di questa pratica, la preghiera (nel libro che vi ho citato, l’argomento viene sviluppato in modo semplice ma, al tempo stesso, non superficiale) non solo durante la Quaresima, ma nella vita quotidiana.

L’ELEMOSINA

Ma cos’è l’elemosina? Dal greco “eleèo” significa “ho compassione” e se pensiamo al significato latino della parola “compassione” da “cum patire”, cioè “soffrire assieme”, ne deriva un senso di carità verso chi si trova in uno stato di necessità.

[Nota: non vogliatemene, ma anche su questo tema “L’elemosina”, in quello stesso libro “Diario Spirituale” da me scritto e pubblicato su Amazon, al Cap. 8 della Sezione religiosa, troverete uno sviluppo che potrà aiutarvi nelle vostre riflessioni].

Da un foglietto della messa, riporto una frase che mi è particolarmente piaciuta nella sua definizione. Ascoltate:

“L’elemosina rende visibile, attraverso un’azione concreta, quella dinamica della carità che trova la sua ragione nel voler essere di Cristo facendosi prossimi ai fratelli che sono nella necessità”.

Credo sia chiaro che nel momento della Quaresima, non dimentichiamolo, se ci limitassimo alla sola preghiera, magari astratta, “parolaia”, e trascurassimo il nostro prossimo che ci domanda aiuto, penso peccheremmo due volte per la contraddittorietà tra il “dire” (il recitare una preghiera) e il “non fare” (l’elemosina).

Ora non dobbiamo fraintendere o, peggio, prendere in giro noi stessi ancor prima del Padre eterno. Per elemosina non si deve intendere, o ritenersi “a posto” con la propria coscienza, l’elargizione di una monetina, non troppo “grande” o numerosa…, quanto il prendersi cura, nella misura in cui possiamo, di chi ci stende la mano, di colui che si trova in una condizione meno abbiente, anche con una parola di incoraggiamento, con un gesto concreto di solidarietà.

Ricordate le Opere di Misericordia spirituali e corporali? Bene, credo che se in questa Quaresima riuscissimo ad attuarne una di quelle Spirituali ed una di quelle Corporali, a scelta, in funzione della personale sensibilità, potremmo dire di aver messo in pratica l’insegnamento di Gesù e di aver trasformato in concretezza la facile retorica del “vogliamoci bene” e del “tiriamo a campare”, mentre chi soffre continua a soffrire nello spirito e nel corpo!

[Nota: per vostra opportunità, sul tema delle Opere di Misericordia, potrete trovare al Cap. 5 del libro da me redatto e pubblicato su Amazon dal titolo “Riflessioni teologiche di un laico” spunti e arricchimenti…].

Quale coerenza dimostreremmo tra il dare una offerta in chiesa durante la celebrazione della S. Messa al momento dell’offertorio e girare la testa dall’altra parte, all’uscita dalla chiesa stessa, incrociando un povero cristo che ci chiede l’elemosina?  È anche vero che molti sono i “richiedenti offerta” dei quali probabilmente qualcuno o più di uno farà anche il “furbetto”, ma credo che la maggioranza si troverà nella necessità di sbarcare il lunario… perché altrimenti umiliarsi?

Poi ognuno di noi agirà in scienza e coscienza, ma sempre nel nascondimento. Cosa intendo? Intendo dire che una caratteristica della carità in senso lato e della elemosina nello specifico (che può essere anche il sostegno a qualche associazione ONLUS – no-profit – sia di natura laica che religiosa) è quella di “2 Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini.” come riporta il Vangelo di Matteo (Mt 6,2) e prosegue Gesù: “In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.”

Il Signore più avanti, nel brano evangelico continua: “3 Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

Sia così anche per noi in questa S. Quaresima facendo quegli atti caritatevoli per amore, al di là della “ricompensa” finale (che sarà un dono di Dio, ma lasciamo a Lui questa cosa…), perché la ricompensa più grande è la gioia derivante dal poter fare del bene a chi è nella necessità.

IL DIGIUNO

Ma non ci chiedevamo, nel titolo, in esordio, “Quale digiuno”? Certo, ma non potevo non sottolineare gli altri due aspetti della S. Quaresima: preghiera ed elemosina.

Chiariamo subito: non si tratta di fare la dieta per dimagrire… spero sia ovvio! Qui parliamo di digiuno quale astensione da alcuni cibi (leggi “le carni”), in particolare dai 14 anni in su, per la religione cattolica, nei venerdì della S. Quaresima e il digiuno nel giorno delle Ceneri e il Venerdì Santo, così come recitano il Catechismo della Chiesa Cattolica e il Codice di Diritto Canonico:

“Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica (i riferimenti principali sono al numero 1434 sullo sforzo del digiuno) e le norme del Codice di Diritto Canonico (Cann. 1250-1252), il digiuno del Venerdì Santo è una pratica penitenziale obbligatoria per i fedeli tra i 18 e i 60 anni, che comporta un solo pasto completo nell’arco della giornata, accompagnato dalla totale astinenza dalla carne, come segno di partecipazione alla morte di Gesù”.

Ora pensiamo a questo gesto come un segno penitenziale, una rinunzia, come partecipazione al sacrificio di Cristo. In Matteo 4, 1-2 così recita:

“1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame”.

Permettetemi una battuta: ogni volta che leggo o ascolto questa frase del vangelo, sorrido. “E ti credo avesse avuto fame dopo tutto questo tempo di digiuno!”. Personalmente, non so se sarei stato in grado di digiunare 40 ore di seguito… ma anche meno!

Ancora in Matteo (6, 16-18) Gesù dice:

16 E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
17 Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, 18 perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

In diversi passi del Vangelo c’è un richiamo al digiuno, ma in particolare nel periodo quaresimale, assume un significato di rinunzia, di mortificazione della carne (la nostra…) per far emergere lo Spirito che è in noi, cioè quel “4 Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»” in risposta alla provocazione della tentazione satanica.

Ma allora il digiuno si riferisce solo all’astensione dal cibo secondo le modalità su accennate? Credo che ad ogni gesto venga associato un significato simbolico perché potremmo digiunare e contemporaneamente – scusate l’affermazione diretta – guardare video pornografici e sollazzarci in tal senso… Mi sembrerebbe un controsenso in termini. Che ne dite?

Il vero digiuno è astenersi sì dall’assunzione del cibo, ma anche e soprattutto dall’egoismo per la mancanza di carità verso il prossimo! Quel peccato di “omissione” suona come un severo rimprovero quando ci asteniamo dal fare il bene forse ancor più che dal compiere il male!

Detto in altri termini: il non fare il male si identifica nel rispetto della Legge. Ma il non aiutare il nostro prossimo in difficoltà, pur non avendo alcuna responsabilità diretta circa le condizioni disagiate di quel nostro prossimo (l’aiutare chi sta male, chi è ferito, chi è affamato, ecc. sempre nei limiti delle nostre possibilità) non è forse altrettanto colpevole? Se incontrassimo sul ciglio di una strada una persona che stesse morendo di sete e noi, potendolo soccorrere, quel bicchiere d’acqua glielo negassimo, non saremmo in coscienza responsabili di quella morte?

Vi ricorda nulla la parabola del “buon samaritano”? Vi riporto Lc 10, 30-34:

“«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui”.

Credo che la frase conclusiva, e qui sottolineata, sia la risposta più eloquente per un digiuno autentico:…si prese cura di lui” per amore verso quello sfortunato, non per obbligo di Legge, o meglio, di legalismo. Dobbiamo imparare ad avere più cura del nostro prossimo che preoccuparci di rispettare le norme fini a sé stesse. A volte occorre “sporcarsi le mani”: il Signore Iddio lo fa ogni giorno per tirarci fuori dal fango (il peccato) in cui ci immergiamo e sprofondiamo, talvolta senza rendercene nemmeno conto…

Se pensassimo più al fatto di aver mangiato una caramella 50 minuti prima di fare la S. Eucaristia (quindi non essere a digiuno dai canonici 60 minuti…), piuttosto del non esserci confessati per aver mancato di carità verso un nostro fratello senza essercene pentiti, capite che saremmo fuori strada…

In tal senso sembrerebbe esserci un contrasto se non addirittura una dicotomia tra la Legge (i Dieci Comandamenti) e le Beatitudini, cioè tra quel “dire” (questo si fa, quello no…) e le Beatitudini (Beati quelli che fanno…): non è così e per chi volesse approfondire questo tema di confronto tra queste due realtà teologiche, lo invito a leggere il Cap. 7 “Decalogo e Beatitudini: due facce della stessa medaglia?” del libro“Riflessioni teologiche di un laico”.

CONCLUSIONE

Cosa dire, dunque, a conclusione di questo articolo circa quale tipo di digiuno dobbiamo perseguire in questa S. Quaresima?  Personalmente cercherò senza dubbio di adeguarmi all’ortodossia della Chiesa e alle sue indicazioni in termini di cibi, ma ciò che cercherò, pur con tutti i miei limiti e le mie fragilità, è di riuscire ad essere più attento a chi mi sarà attorno, non per il timore di essere aggredito (anche se oggi tale paura sembra essere diventata sempre più pressante), quanto piuttosto per capire lo stato di necessità in cui sempre più persone, famiglie, versano, non con la presunzione di essere il “salvatore” del mondo (ce n’è già stato Uno e non ha risolto il problema della sostenibilità, magari perché non era questo il Suo fine, ma chissà se a più di 2000 anni di distanza ciò si sia ancora compreso…) ma con la speranza di essere quell’aiuto disinteressato per quell’uomo in quella circostanza.

Un’ultima cosa. Se avete fatto caso, ho volutamente sottolineato le parole conclusive del Signore nelle tre parti del brano evangelico di Matteo relativamente alla preghiera, alla elemosina e al digiuno: “…ti ricompenserà”.

Ecco, spero che il giorno in cui mi troverò a rendere l’anima a Dio Padre possa ricevere quella ricompensa, ma non perché avrò agito per tale finalità, fine a sé stessa, ma perché avrò agito per amore del mio prossimo e quella ricompensa ne sarà la naturale conseguenza, Misericordia di Dio permettendo.

Buona S. Quaresima a tutti!

Con affetto, Vostro Antonio.

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