Antonio Palmiero

PIÙ RICCHI, PIÙ LIBERI, PIÙ SOLI: CHE COSA CI È SUCCESSO?

PIÙ RICCHI, PIÙ LIBERI, PIÙ SOLI: CHE COSA CI È SUCCESSO

PREMESSA

Certamente questa realtà ci appare, ad un primo sguardo, come paradossale e non risulta semplice dare una risposta coerente perché i tre aspetti confliggono, inaspettatamente, tra loro. Ma vogliamo provare a dare una risposta, comunque, riflettendo sul senso di questo apparente e/o contrastante trinomio? Seguiranno brevi analisi di questi tre fattori per giungere alla conclusione dell’articolo nel tentativo di rispondere alla domanda di questo Blog. Ci riuscirò? Spero nel modo meno retorico possibile…

ANALISI – Ricchezza

Per poter trattare un tema circa la ricchezza e lo stato di benessere sociale senza dare una visione soggettiva, e quindi poco oggettiva, ho voluto interrogare ChatGPT domandandogli se oggi rispetto agli ultimi vent’anni la qualità di vita fosse migliorata o peggiorata. Questa la sua risposta che si avvale di dati statistici che non potevo avere in mio possesso. Leggiamo:

“Un dato particolarmente significativo riguarda la salute. Tra il 2004 e il 2024 l’aspettativa di vita italiana è aumentata di circa 3,2 anni. Nel 2024 ha raggiunto 84,1 anni, uno dei valori più alti dell’UE. Il miglioramento è associato soprattutto alla riduzione della mortalità cardiovascolare e ai progressi nella prevenzione, diagnosi precoce e trattamento dei tumori.

Anche sul lavoro il confronto con il passato recente è favorevole. Secondo l’OCSE, all’inizio del 2026 la disoccupazione italiana era scesa al 5,1%, il livello più basso dagli anni Novanta; il tasso di occupazione dei 15-64enni aveva raggiunto il 62,6%, massimo storico. Questo però non significa che la situazione italiana sia buona in assoluto: usando la misura Eurostat per i 20-64enni, nel 2025 l’Italia aveva un’occupazione del 67,6%, la più bassa dell’UE.

Ma c’è un punto fondamentale.

Il paradosso è che le condizioni oggettive di vita possono migliorare senza che le persone si sentano proporzionalmente più benestanti.

Un italiano del 2026 dispone, mediamente, di cure mediche e diagnostiche più avanzate, smartphone, Internet ad alta velocità, navigazione satellitare, servizi bancari online, videocomunicazione praticamente gratuita, maggiore sicurezza delle automobili, enormi quantità di informazioni e una varietà di beni e servizi difficilmente immaginabile nel 2005.

Eppure una famiglia può contemporaneamente avvertire una maggiore pressione economica: costo dell’abitazione, energia, inflazione accumulata, difficoltà dei giovani nell’acquistare casa, precarietà percepita e disuguaglianze. L’OCSE, per esempio, rileva ancora per l’Italia un tasso di povertà relativa del 12,6% e una disuguaglianza dei redditi leggermente superiore alla media OCSE.

Quindi formulerei così la risposta alla sua domanda:

Statisticamente, rispetto a vent’anni fa, il livello complessivo di benessere materiale, sanitario e tecnologico è sotto molti aspetti superiore; molto meno evidente è invece il miglioramento del benessere economico percepito e della sicurezza economica delle famiglie”.

Una affermazione di questa analisi mi colpisce: “Il paradosso è che le condizioni oggettive di vita possono migliorare senza che le persone si sentano proporzionalmente più benestanti” e la conclusione: “Statisticamente, rispetto a vent’anni fa, il livello complessivo di benessere materiale, sanitario e tecnologico è sotto molti aspetti superiore; molto meno evidente è invece il miglioramento del benessere economico percepito e della sicurezza economica delle famiglie”.

Ora, al di là del percepito, comunque un maggior benessere economico sussiste, tralasciando gli estremi della forbice tra chi sta sempre meglio e chi sempre peggio…

Ma questo è uno dei fattori preso in esame, cioè la “ricchezza” e la finalità di questo articolo non è fare una stima di chi sia il più ricco, ma come questo migliorato status economico, in generale, abbia portato ad una oggettiva accresciuta solitudine nei rapporti umani.

ANALISI – Libertà

Non si può negare che una maggiore disponibilità economica ci faccia sentire più liberi di agire, cioè di poter soddisfare le nostre esigenze, di non dover dipendere dagli altri nel vivere quotidiano.

Oggi anche l’emancipazione, in senso lato, ci ha permesso di dar seguito a comportamenti sociali che un tempo venivano etichettati come “poco rispettosi” del consesso civile (e se pensiamo al degrado attuale, forse non è poi così sbagliato…). Godiamo di una libertà che talvolta ci sembra abbia veramente superato certi limiti al punto da domandarci se non dovrebbe essere un po’ limitata o quantomeno circoscritta circa le modalità di manifestarla per non correre poi il rischio di perderla!

Spesso i comportamenti dei giovani travalicano le regole di comune convivenza e gli atti di malcostume e/o di vandalismo gratuito ci fanno rimpiangere il tempo che fu, dove i modelli sociali imponevano determinate regole e guai a violarle: il sentirsi riprendere da persone più anziane era motivo di vergogna e ravvedimento.

Oggi non solo nessuno più riprende un giovane che si comporta in modo maleducato, ma si ha anche il timore di una reazione violenta (spesso non repressa da chi dovrebbe garantire l’ordine e la sicurezza o, peggio, non sempre condannata da una Magistratura estremamente tollerante…) motivo per cui ognuno si fa i fatti propri sin quando non si diventa bersaglio di quel gesto, di quell’azione, anche lesiva della propria incolumità, e si invocherebbe la solidarietà degli altri.

Ma in nome di una libertà sempre più… libera, tutto è giustificato e la deriva anarchica nelle relazioni pubbliche e private sta prendendo sempre più spazio verso una collettività maggiormente tesa a salvaguardare il “sé stessi” che non il comune interesse che, poi, è anche il proprio…

Sbaglio?

ANALISI – Solitudine

E veniamo al punto. Ma questa maggior ricchezza e libertà, non dovrebbero garantirci un vivere qualitativamente migliore? Se siamo esseri sociali che stanno singolarmente meglio, non dovrebbero essere spinti a condividere questa felicità per essere parte di un contesto gioioso, di un ambiente in cui si gode di tanti privilegi comuni grazie allo status di più “ricchi e liberi”?

Eppure sembrerebbe che così non sia… Se osserviamo la gente che cammina per strada la vediamo col volto teso e sempre più assorta nel consultare e leggere il proprio smartphone, rischiando talvolta di andare contro un palo della luce o della fermata di un bus…

Se saliamo su un mezzo pubblico, vedi ad esempio la metropolitana, su 100 persone, 99 hanno il telefonino in mano e parte di costoro hanno le cuffiette nelle orecchie isolandosi da tutto ciò che c’è loro intorno. Va forse un po’ meglio quando due fidanzatini si fanno un selfie (il vecchio “autoscatto”): almeno sono in due…

Ma questi sono solo due esempi. Forse che al ristorante, gli stessi due fidanzatini, ma anche i meno giovani, o anche le compagnie di amici che si ritrovano per una pizzata, dopo breve, non incominciano a tirar fuori i rispettivi cellulari e il silenzio cala sulle teste, chine sui loro schermi?

E gli anziani? Sempre più lasciati al loro destino, ricoverati magari nelle RSA, dove i figli fanno spesso fatica ad andare a trovarli, così come molti extracomunitari seduti o “alloggiati” sulle panchine dei parchi pubblici: prima “accolti” e poi lasciati soli ed abbandonati a loro stessi (da qui, poi, ciò che ne può derivare per sopravvivere…).

RIFLESSIONE

Non è che, per caso, ci siamo persi qualcosa della nostra umanità per strada? Mi sembra, quale cittadino di questo mondo, alla età di circa 70 anni, che qualcosa non mi torni.

Da bambino, dovevano venirmi a prendere all’oratorio, soprattutto nei mesi estivi, perché sin che c’era luce, c’era divertimento: partite di pallone a non finire; giochi con le “biglie” (chissà se gli adolescenti di oggi sanno cosa sono…); gare con le macchinine su piste disegnate col gessetto sui marciapiedi; corse in bicicletta (due ruote, un manubrio, una sella e due pedali, il resto… optional!), ecc.

E il tutto in compagnia di altrettanti “scalmanati” amici richiamati dai genitori che gridavano loro: “È tardi! Vieni a casa!”. E ci si sentiva un gruppo e in gruppo, solidali gli uni con gli altri, pronti ad aiutarsi e a scambiarsi le “figurine dei calciatori” o i “giornalini” (i famosi “fumetti” tipo Topolino e Paperino, ecc.) con chi non poteva comprarseli, così come la domenica al bar dell’oratorio si faceva la colletta per acquistare i “gommoni” e le liquirizie per poi dividerseli equamente, anche con chi aveva solo 10/20 lire, ma partecipava assieme agli altri. Nessuno veniva lasciato in disparte, da solo…

Già, da solo… Oggi, invece, ragazzini con i soldi in tasca che in rapporto e proporzione, noi in un mese, non saremmo mai riusciti a mettere insieme, pur contando sui risparmi di una decina di amici, ma sono annoiatamente soli.

Non che gli adulti, i loro genitori, siano molto più comunicativi tant’è che nei condomini non ci si conosce più nemmeno col proprio vicino di piano! Qualcuno muore da “single” in casa sua? Dopo qualche mese, forse richiamati dall’odore del corpo in putrescenza, allertano il 112… Che tristezza!

Ricordo ancora, con un po’ di nostalgia, quando il primo giorno delle elementari, allora rigorosamente il 1° di ottobre, col mio grembiule nero, il fiocco azzurro e la cartella rossa – di un materiale tra il cartone e la finta pelle – con due quaderni, uno a righe e uno a quadretti, l’astuccio in cui c’era la penna con i vari tipi di “pennini” per l’uso dell’inchiostro che il bidello versava nei calamai presenti nei banchi, percorrevo la strada tra casa e scuola accompagnato da mia mamma mentre recitavamo assieme le preghiere.

Varcata la soglia della classe, venivo accolto da una insegnante – di cui ricordo ancora nome e cognome – e mi univo agli altri 43 alunni, con me 44 “remigini”, festosi e un po’ chiassosi… Ecco, una “moltitudine” che per circa cinque anni si fece compagnia nello studio, nel gioco e, con alcuni, anche nella vita rimanendo con loro in contatto.

Altri tempi, capisco, ma senz’altro di solitudine non si soffriva e il problema non era quello di mandare i propri figli fuori di casa a giocare, ma di recuperarli dal gioco, come detto più sopra! Non esisteva la sindrome di Hikikomori, un termine giapponese che significa letteralmente qualcosa come “stare in disparte”, “ritirarsi”, indice una condizione di marcato isolamento sociale, nella quale soprattutto adolescenti e giovani adulti ne sono soggetti.

Di recente son tornato da alcuni giorni trascorsi al mare. Una cosa mi ha colpito. Un tempo, quando ero bambino/adolescente, le persone affianco di ombrellone dopo i primi momenti, iniziavano a parlare tra loro, a conoscersi e, spesso, a ritrovarsi l’anno successivo sino a scambiarsi i reciproci indirizzi e diventando amici. Posso garantirvi che con un paio di famiglie, oggi con i relativi figli, siamo ancora in contatto dopo più di cinquant’anni…

Ora, in quella settimana di spiaggia, non solo non ho avuto modo di familiarizzare con altre persone, ma nemmeno scambiare quattro chiacchiere! Ognuno chiuso dietro al proprio cellulare, tablet, Kindle in un silenzio “assordante”…

Penso alle cascine di una volta dove, pur in una dignitosa povertà, nessuno si sentiva abbandonato a sé stesso, vuoi per un piatto di minestra, vuoi per un accudire i bambini di un’altra famiglia, vuoi per un qualsiasi aiuto fosse necessario e, ripeto, nessuno si sentiva solo e sapeva di poter contare sul vicino per qualsiasi esigenza.

Ed oggi “che cosa ci è successo?” ci interroga il titolo di questo Blog.

Credo che sia accaduto che il maggior stato di benessere economico, in generale, abbia creato un senso di indipendenza, cioè di “non bisogno” dell’altro, perché con i soldi si può ottenere tutto fuorché, però, l’affetto delle persone.

Quell’illusorio senso di autonomia e libertà che la “ricchezza” ha conferito alle persone, non sentendosi nella necessità di dover dipendere da un nostro simile (ripeto, un senso “illusorio”) ci ha resi meno sensibili, più chiusi in quell’egoismo dello “sto bene io? Stanno bene tutti…” che si traduce, come risvolto della medaglia, in una solitudine più marcata come effetto collaterale di quella libertà raggiunta a colpi di euro…

Chiaramente non si vuol demonizzare né la ricchezza né la libertà, ci mancherebbe, ma una risposta a quella domanda ce la dovremo pur dare perché non mi sembra di vedere una società più felice, anzi…

Io ho dato la mia, ora mi farebbe piacere leggere la vostra.

CONCLUSIONE

Non so se sia riuscito a rispondere in modo convincente circa la causa di questa solitudine, frutto, a mio avviso, di una cattiva combinazione dei due fattori presi in esame e cioè del binomio “ricchezza-libertà” che, se correttamente coniugati, senza “orgogliose” chiusure in sé stessi, potrebbe veramente migliorare la qualità di vita della nostra società e non solo, riscoprendo una convivialità che sembra essersi logorata nel tempo sino a dissolversi in molte situazioni ed ambienti, dalla famiglia, alla scuola, al mondo del lavoro, ecc.

L’uomo è un essere sociale, ma mi sembra stia facendo a gara per diventare sempre più “a-sociale”, convinto che il proprio benessere sia una sua esclusiva e che i valori cristiani di fratellanza siano appannaggio dei “sognatori”, di quelli ingenui (a tal proposito, vi invito a leggere un mio Blog dal titolo: “Essere buoni oggi significa essere ingenui?”)…

Sarà così? Avranno ragione coloro i quali la pensano così? A voi la risposta.

Con conviviale affetto, Vostro Antonio.

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