PREMESSA
Il tema che vorrei affrontare in questo Blog abbraccia uno degli aspetti più antichi dell’esistenza umana ed un argomento a cui sono particolarmente affezionato: l’educazione dei figli, anche se i miei sono ormai adulti.
Oggi partirò da “lontano” nel senso che desidero sottoporre alla vostra attenzione una lettura tratta nientemeno che dalla Repubblica di Platone, nel Libro VIII, che riporta, nel dialogo del filosofo, il ragionamento di Socrate sulla degenerazione della democrazia e la nascita della tirannide.
Ma leggiamo:
«Quando un popolo, divorato dalla sete di libertà, ha per capi malaccorti coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino a ubriacarlo, accade che, se i governanti resistono alle richieste dei sudditi sempre più esigenti, essi vengono dichiarati reprobi e accusati di voler togliere la libertà.
E accade pure che chi si dimostra disciplinato verso i suoi superiori viene definito un uomo senza carattere, un servo, che il padre impaurito finisce per trattare i figli da suoi pari, che il figlio non ha né timore né reverenza per i genitori, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e li adula, sicché costoro si fanno beffe di lui e pretendono gli stessi diritti e la stessa considerazione dei vecchi.
E i vecchi, per non apparire troppo severi, danno ragione ai giovani.
L’anima dei cittadini si fa allora sofferente all’estremo, e ovunque avvengano casi di sottomissione i più se ne sdegnano, e non ammettono di ubbidire, e finiscono col non curarsi delle leggi scritte né delle leggi non scritte, e non hanno più riguardo né rispetto per nessuno.
In mezzo a tanta licenza nasce e si sviluppa la malapianta: la tirannide.
Infatti ogni eccesso suole portare all’eccesso opposto, sia nelle stagioni che nelle piante che nei corpi, e a maggior ragione nei reggimenti politici.»
ANALISI e RIFLESSIONE
Per questa analisi, partirei dalla seguente affermazione:
«Il maestro teme e adula gli scolari, e gli scolari s’infischiano dei maestri.»

A leggere oggi queste parole di Platone, di più di duemila anni fa, alla luce degli eventi attuali, sembrerebbero siano state scritte molto più recentemente di quanto non lo siano in realtà.
Traggo da ChatGPT la seguente considerazione:
“Platone sta descrivendo la degenerazione di una società nella quale la libertà, portata all’estremo, finisce per trasformarsi nel rifiuto di ogni autorità. I giovani non riconoscono più l’autorevolezza degli adulti; gli adulti, dal canto loro, evitano di esercitare la propria autorità per non apparire autoritari. Il padre teme il figlio, il maestro teme l’allievo e gli anziani, per non sembrare sgradevoli o dispotici, finiscono per comportarsi come i giovani”.
Chiaramente ci si deve calare nell’epoca in cui e a cui fa riferimento Platone e cioè ai tempi della sua società e della degenerazione della democrazia ateniese.
Verrebbe da dire: passano i tempi ma i problemi restano e sembra non cambino di molto rispetto ad oggi… quindi direi che l’aspetto educativo è sempre stato motivo di confronto, quando non di scontro soprattutto ideologico.
Venendo a noi, credo che il punto sull’educazione dei nostri figli non sia solo cosa insegniamo loro, ma soprattutto cosa permettiamo loro di apprendere attraverso la loro personale esperienza.

Mi spiego meglio.
Sarà una mia convinzione, ma a me sembra che, seppur in buona fede, negli ultimi decenni si sia commesso un grave errore: quello di confondere l’amore verso i propri figli con la rimozione delle difficoltà che inevitabilmente incontrano. Dall’aiuto genitoriale al subentrare al loro posto nella soluzione. Sbaglio?

Quanti genitori e quante volte intervengono per sostituirsi ai propri figli nel risolvere i problemi?
Dal banale litigio a scuola al voto negativo (e spesso intervenendo nel modo meno appropriato – le cronache ci insegnano…); da una difficoltà con l’insegnante al confronto/scontro “duro” con quest’ultimo. Un errore del proprio pargolo? Pronti ad assumersene la responsabilità derivanti, sollevando il ragazzo da ogni conseguenza scaturita da quel comportamento sbagliato: praticamente uno “scudo umano” a difesa della eventuale colpevolezza filiale, ecc.
Attenzione a non fraintendermi.
Non dico che il genitore debba disinteressarsi dei problemi che possono verificarsi a carico della propria prole perché è giusto che ne sia consapevole e sia presente, ma non è detto che debba sempre e comunque intervenire dando ragione al figlio anche se autore di quel comportamento difforme.
Quel padre o quella madre potranno manifestare la loro presenza con un attento ascolto di ciò che è accaduto; esprimere il proprio parere, ma, ripeto, non necessariamente giustificare il figlio soprattutto nel caso in cui abbia palesemente torto e solo per il fatto di essere il proprio figlio….
Risulta poi fondamentale lasciare che quest’ultimo affronti personalmente quella problematica se ritenuto possa esserne in grado e alla sua altezza. A volte è semplicemente avere il coraggio di chiedere scusa ad un amico, un compagno di classe che si è offeso e vincere la vergogna; altre volte restituire qualcosa impulsivamente sottratto, magari anche solo per gioco, ecc. perché solo affrontando quelle situazioni si apprende come superarle.

“Riconoscere il proprio errore”, si dice, “è essere già a metà strada”, ma quell’errore bisogna anche farglielo commettere affinché possa apprendere. Dagli errori si impara, dalle giustificazioni… poco se non a diventare “furbi” ma nel modo sbagliato.
Se poi quella giustificazione nasce dalla capacità di ammissione del ragazzo stesso a motivazione dell’errore commesso, allora diventa utile per la sua crescita, anche nella vita (perché sbagliare, sbagliamo tutti, piccoli e grandi e bisogna avere anche l’abilità di dare una spiegazione al proprio comportamento…).
A proposito dell’apprendimento dai propri errori, in senso lato, immaginiamo, per fare un esempio pratico, un bambino che stia iniziando a camminare. Le cadute saranno inevitabili, qualche ginocchio sbucciato farà parte della sua “dolorosa” esperienza di crescita, ma se lo imbottissimo di “paracolpi” (ginocchiere, gomitiere, caschetto, ecc.) e ci aggiungessimo anche delle cinghie per trattenerlo in piedi, capite benissimo che quando sarà “sfasciato” da tutti questi tutori, probabilmente alla prima caduta, si “sfascerà” nel senso che si farà molto più male.
La metafora credo sia chiara: nella vita non potrai avere sempre un tutore che provveda a te sostituendosi alla tua persona e questo continuo proteggere il giovane non lo aiuterà a prepararsi alle prove che inevitabilmente la vita gli porrà innanzi.

Un genitore non può tramutarsi in una guardia del corpo né può essere onnipresente ed… eterno. D’accordo?
Oggi come oggi si osserva negli adolescenti una maggiore fragilità ad affrontare una delusione, vuoi amorosa, vuoi scolastica, vuoi sportiva e, in generale, un richiamo, un rimprovero, un rifiuto e/o un insuccesso, un fallimento.
Un tempo, parlo della mia epoca negli anni ‘60/’70, il rimprovero per un comportamento sbagliato a scuola, all’oratorio o in famiglia era la normalità e la conseguente frustrazione era lo scotto da subire e superare per diventare “grandi” (ed evitare di ripetere lo stesso errore, possibilmente).
Ma ciò rafforzava il carattere e ti rendeva più forte in situazioni analoghe.
Permettetemi una breve parentesi.
Ricordo ancora quando, ad un raduno sportivo, sui 13/14 anni, a fronte della classica confusione di noi adolescenti, l’allenatore di calcio alzò la voce rimproverandoci (appunto…) e chiedendo il silenzio pena il rimandare a casa chi non avesse ubbidito. Calò il silenzio e qualche lacrimuccia cominciò a segnare il viso di quegli amici di pallone.
Io sorrisi e l’allenatore mi disse: “E tu non piangi?”. Gli risposi: “Lei non conosce mio padre…” e si mise a ridere anche lui.
Sì, mio padre non era Barbablù, ma bastava uno sguardo o l’alzare il tono della voce per bloccarti all’istante e, se non fosse bastato ed avessi insistito nella mia posizione – evidentemente sbagliata – l’alzata della mano a minaccia della imminente conclusione sul mio visino, era più che sufficiente a correggermi da quell’atteggiamento.
E, aggiungo, per tranquillizzare il lettore, non sono cresciuto menomato né fisicamente e ancor meno psicologicamente, anche quando quella “manona” terminava il suo percorso… su di me.
Tornando a noi, al tempo stesso è anche giusto prevenire quelle situazioni realmente a rischio per i propri figli che per inesperienza potrebbero esporsi a situazioni realmente pericolose, ma in base all’età, anche in quei casi, il genitore ha la responsabilità di insegnare ai propri figli le conseguenze per scelte sbagliate e come agire in quelle circostanze.
Riporto una frase che credo sintetizzi quanto sopra:
“Educare non significa costruire intorno a un giovane una realtà nella quale nulla possa ferirlo. Significa fornirgli gli strumenti per affrontare ciò che inevitabilmente lo ferirà”.

La differenza può sembrare sottile, ma è enorme.
Un genitore che risolve continuamente i problemi del figlio gli offre una soluzione; un genitore che lo accompagna mentre cerca da solo una soluzione gli offre qualcosa di molto più importante: la capacità di risolvere i problemi.
E se facciamo mente locale alla riflessione di Platone, ci accorgiamo che nella Repubblica, il filosofo osserva una società in cui viene meno la distinzione fondamentale tra chi educa e chi deve essere educato.
Un “no” pronunciato da un genitore non è necessariamente una mancanza d’amore ma, al contrario, quel “no” è proprio una dimostrazione di amore “educante”!
Nella vita quei due o tre “no”, al momento opportuno, possono fare la differenza tra la felicità e il dramma.
Esagero? Pensate solo al ragazzo che si trovi di fronte alla situazione di accettare una pasticca di Extasi o rifiutarla, frutto di quella educazione ricevuta e di quel “no” detto al momento giusto. Le conseguenze credo siano evidenti.
Al tempo stesso, non confondiamo l’amore verso un figlio con l’essergli tutto dovuto.
Domandiamoci: in questa società stiamo crescendo giovani realmente liberi, autonomi e in grado di affrontare i problemi che la vita pone loro davanti oppure giovani che hanno sempre bisogno di qualcun altro che sia sempre pronto a risolvere, al posto loro, quei problemi?
Genitori educanti o “problem solver” pronti all’uso?
Per chi volesse approfondire i temi sull’educazione, nella mia pagina Blog potrà trovare i seguenti temi:
1) “A PROPOSITO DI EMERGENZE SOCIALI”
2) “A PROPOSITO DI EMERGENZE SOCIALI: ADDENDUM”
3) “EDUCAZIONE: PERCHE’ ESISTE ANCORA?“
e chi avesse ancora figli in età adolescenziale, se lo desidera, potrà leggere il libro da me redatto: “Maledetta adolescenza beata gioventù – Coraggiosa confessione di un genitore” libro autobiografico in cui analizzo la mia adolescenza riletta da genitore di due figli gemelli, maschio e femmina.
CONCLUSIONE
Se togliamo ai giovani ogni difficoltà, rischiamo di togliere loro anche l’occasione di diventare adulti e forse educare significa proprio questo: non vivere la vita al posto dei nostri figli, ma prepararli a vivere la propria.

Con affetto, Vostro Antonio





















