PREMESSA
Questa domanda, messa in forma elegante, spesso si traduce, nel parlato comune, in forma affermativa: “Essere troppo buoni è essere stupidi!”. È sempre e proprio così? Proviamo ad analizzare questo assunto e ad esprimere la nostra opinione, io qui su questa pagina Blog e voi, se lo vorrete, in fondo a questa stessa pagina: a tutti assicuro la mia risposta, se vi farà piacere…
ANALISI
Oggi come oggi viviamo in una società dove i valori perpetuati da generazione in generazione sembrano essersi rovesciati. Cosa intendo dire? Semplicemente quello che ho appena scritto.
E cioè? Mi domanderete…
Cioè quello che sino a ieri era considerato un bene comune come il rispetto, l’educazione in senso lato, il buon comportamento, la solidarietà umana, il senso civico, ecc. oggi, questi valori, sembrano appannaggio dei più… stupidi, ops!, dei più “ingenui”.
Credo urga un chiarimento, nel senso proprio di una “urgenza” sociale. Non confondiamo la bontà d’animo col buonismo, sua brutta fotocopia, il senso di responsabilità e di sacrificio con il farsi “usare” come se coloro i quali mettono a disposizione degli altri le proprie capacità, anche disinteressatamente, anzi, soprattutto senza cercare un proprio tornaconto, siano da catalogare come dei poveri ingenui che non hanno capito come giri il mondo!
Penso, invece, che, se il mondo continua a girare, ciò sia proprio grazie alla gratuità con cui molte persone, all’ombra dei riflettori mass-mediatici, operano per il bene altrui. Ma, in una realtà dove nessuno fa nulla per nulla, allora è ovvio catalogare come degli «ingenui», per essere rispettosi, coloro i quali si rendono disponibili in tal senso.
Mi viene in mente una figura che sembra appartenere ad un passato molto lontano, quasi dimenticato dai giovani: i missionari.
E se questa parola evoca preti, frati, religiosi che hanno speso (per alcuni, “buttato”) la propria vita a favore dei più bisognosi, allora dovremmo dare dell’“ingenuo” a figure come (e mi permetto di riportarne solo cinque tra quelli che più rappresentano un quadro generale di missionarietà, materiale e spirituale e portati all’onore degli altari, tratti con l’ausilio di ChatGPT, per capacità di sintesi):
- San Giuseppe Benedetto Cottolengo che accoglieva proprio coloro che la società tendeva a non vedere.
- San Camillo de Lellis che fece dell’assistenza al malato un servizio concreto e quotidiano.
- San Vincenzo de’ Paoli che organizzò una vera “rete” di carità, senza limitarsi alla predicazione.
- San Damiano de Veuster che non si limitò ad assistere i malati di Molokai: scelse di vivere con loro, condividendone la sorte.
- Santa Teresa di Calcutta che forse è l’esempio contemporaneo più immediatamente comprensibile di una vita spesa per chi non aveva né potere né visibilità.
iIn Luca 6:32-36, si legge:

“32 Se amate quelli che vi amano, quale grazia ne avete? Anche i peccatori amano quelli che li amano. 33 E se fate del bene a quelli che vi fanno del bene, quale grazia ne avete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34 E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, quale grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto. 35 Ma amate i vostri nemici, fate del bene, prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; poiché egli è buono verso gli ingrati e i malvagi. 36 Siate misericordiosi come è misericordioso anche il Padre vostro”.
Vuoi vedere che anche Gesù era un ingenuo e non se ne era accorto?
RIFLESSIONI
Il bene che viene fatto disinteressatamente ha la caratteristica di non attendersi degli applausi, delle onorificenze e spesso non ottiene nemmeno un gesto di gratitudine, né da chi quel bene ne usufruisce, men che meno dalla opinione pubblica, troppo distratta ad applaudire le rockstar dei nostri tempi…
Forse che coloro i quali assistono un anziano, un disabile, un orfano o che prestano volontariato su una ambulanza o presso fondazioni ed organizzazioni umanitarie, che soccorrono i famosi “barboni” in mezzo a una strada, sono “ingenui” salvatori del mondo?

Permettetemi una precisazione: nel paragrafo precedente ho usato il termine “disabile”. Ebbene, perdonatemi se rifiuto la retorica gergale del “politically correct”, che definirebbe quella persona “diversamente abile”… Provate a chiedere ad un giovane tetraplegico di 16 anni, ridotto all’inamovibilità a vita, in un letto, magari a causa di un incidente stradale, se preferisce essere chiamato “diversamente abile” o semplicemente “disabile”… Penso che, avendo ancora la possibilità di parlare, vi manderebbe a… lascio a voi completare la frase.
Perdonate questa parentesi, ma credo che quel giovane avrebbe molto più piacere essere assistito con amore e per amore che non giocare sulla semantica della definizione del suo stato fisico, o no?
Torniamo a noi.
Ma allora perché chi è buono e agisce per il bene degli altri gratuitamente viene considerato un ingenuo, per non definirlo uno “stupido”, secondo i canoni di oggi? Perché in una società dove “nemmeno i cani scodinzolano per niente” – come recita il proverbio – è ingiustificabile un comportamento che non preveda un compenso (rileggi Luca 6:32-36).
La gratuità di un gesto, di un impegno verso il bisognoso (e non dimentichiamo che nella vita non sappiamo ciò che potrebbe accaderci da un momento all’altro: un terremoto che ti distrugge l’abitazione pagata con un mutuo trentennale e i relativi sacrifici economici; una separazione matrimoniale e/o la perdita del lavoro in età più avanzata che ti lasciano col “sedere” per terra, non sono cose che possono capitare solo agli altri…) è un atto di carità cristiana ed umana!
Non ricordo dove lessi la seguente frase che mi è rimasta in mente: “Non tutto ciò che ha valore ha necessariamente un prezzo”. Potrebbe suonare come una frase ad effetto, ma è una semplice verità che può essere assunta letteralmente, ma anche letta al contrario e cioè: “Non tutto ciò che ha un prezzo ha necessariamente valore”…
Quando ci troviamo a chiedere un aiuto o a prestarlo per un giustificato motivo, spesso la prima domanda che ci sentiamo rivolgere è: “Ma io cosa ci guadagno?” dove, alla risposta: “Nulla”, segue un silenzio assordante e uno sguardo tra l’interrogativo e il sorriso, come se quella richiesta/risposta fosse una battuta…
È triste pensarlo, ma purtroppo chi ti sorride, incredulo, sembra volerti chiedere, retoricamente, se non hai ancora capito come gira il mondo e quali sono le sue regole.
Ma non c’è nulla da ridere, semmai scuotere la testa sconfortati dal fatto che si vorrebbe applicare la legge del profitto anche nella carità, in quel gesto di solidarietà, salvaguardando il proprio tornaconto, la propria convenienza prima ancora della finalità per la quale è stato chiesto quell’aiuto.
Grazie al cielo, la realtà può essere diversa e chi si presta gratuitamente a donare il proprio tempo, la propria competenza, l’esperienza professionale specifica (perché a volte l’aiuto non è solo il supporto fisico, ma anche quello di tipo morale, intellettuale: pensate, semplicemente, l’aiutare un anziano con un pagamento online, o a tutelarlo da una truffa telematica, ecc.) non è uno sprovveduto sempliciotto privo del senso degli affari, ma una persona consapevole e con un elevato senso di responsabilità civile e umana.
CONCLUSIONE

Viviamo una esistenza disumanizzata e disumanizzante dove nel mondo della comunicazione H24, della visibilità sempre più esasperata – vedi social & C. – siamo sempre meno visibili e non vediamo chi è affianco a noi, il vicino della porta accanto, il povero seduto sulla panchina dei giardinetti con i suoi sacchetti rotti e gli abiti sporchi e laceri, il “barbone” sdraiato sui cartoni per terra sotto a un ponte o a una galleria in pieno centro città, nell’androne di un condominio…
Non solo.
Quei “poveretti” ci danno anche fastidio! E quegli “ingenui” che li aiutano possono pure passare per “responsabili” di alimentare quel degrado con la loro disponibilità… Dio mio, siamo arrivati al punto di dover pregare per non trovarci mai nella necessità perché se mai ci accadesse, speriamo di trovare sempre qualche “ingenuo” che ci possa dare una mano.

E quelli “furbi” che conoscono le regole del vivere quotidiano (magari anche a danno degli altri…)? Auguro loro di non trovarsi mai ad avere bisogno, ma soprattutto di avere la fortuna, in quel caso, di incontrare qualcuno “meno furbo” di loro e che da “ingenuo” si pieghi verso di loro e allunghi la propria mano, metaforicamente parlando, per risollevarli dallo stato di indigenza in cui si trovano o sono caduti.
Oh, a volte, quella mano viene allungata anche materialmente, vuoi per una offerta economica – l’elemosina – a volte per sollevare da terra fisicamente chi non ha più la forza di farlo, a volte per imboccare quell’anziano, quel malato, che per ricovero ha solo i suoi cartoni…
E lo fa in silenzio, come la carità deve essere:
“La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità”.
E come ci ricorda il Vangelo secondo Matteo (6:3-4):
“3 Ma quando tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la destra, 4 affinché la tua elemosina sia fatta in segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa”.
E, forse, se il mondo continua davvero a girare, è anche perché esiste ancora questa moltitudine silenziosa di «ingenui» che, nonostante tutto, continuano a fare il bene senza chiedersi che cosa ne ricaveranno.
Poche parole a buon intenditore.
Con “ingenuità”, Vostro Antonio.





















2 risposte
Mi è piaciuto molto questo articolo perché parla di una cosa che secondo me oggi si vede spesso: la bontà viene facilmente scambiata per ingenuità.
Io invece penso che essere buoni non significhi essere deboli o poco furbi. Anzi, credo che fare qualcosa per gli altri senza aspettarsi per forza qualcosa in cambio abbia ancora più valore. Mi ha colpito molto proprio il discorso sulla gratuità e ho trovato davvero bella anche l’idea che non tutto ciò che ha valore debba avere necessariamente un prezzo.
Mi sono piaciuti anche i riferimenti alla carità cristiana, perché secondo me si inseriscono bene nel senso dell’articolo senza renderlo pesante.
Anche il titolo mi è piaciuto tantissimo, perché è semplice ma fa subito riflettere. Alla fine mi resta soprattutto questo pensiero: essere buoni oggi non significa essere ingenui, significa semplicemente scegliere di non perdere il proprio valore.
Caro Emanuele, a sensazione, mi sembri un ragazzo giovane, ma non per questo meno maturo di un uomo adulto, a giudicare dai contenuti della tua mail. Credo proprio che tu abbia colto nel segno il senso di questo articolo e mi piace moltissimo, a mia volta, ciò che ti è rimasto più impresso e cioè: “…essere buoni oggi non significa essere ingenui, significa semplicemente scegliere di non perdere il proprio valore”. E’ bello poter legger quanto commenti al blog perchè in una società in cui sembrano emergere solo giovani con atteggiamenti opportunistici ed egoistici, la tua considerazione è una boccata di ossigeno! La società ha bisogno di persone come te, cresciuto evidentemente con valori cristiani e positivi, non viziati da quegli pseudovalori proposti, spesso, dai “social” che, nei soggetti più fragili, possono generare comportamenti aggressivi e violenti, altro che “socialmente” solidali… Grazie per il tuo commento, ma soprattutto per i valori che sostieni e porti avanti, presumo, anche nel tuo ambiente di vita. Con sincero affetto, Antonio.