Antonio Palmiero

COME NASCE UN LIBRO?

COME NASCE UN LIBRO?_AntonioPalmiero

PREMESSA

Quanto seguirà è il racconto della genesi di un libro, da cosa nasce, come nasce, come si sviluppa e come si realizza, descritto da chi non è uno scrittore di professione, ma un appassionato della scrittura, il sottoscritto, che si rivolge non al professionista che pubblica e vive di questa professione, ma a chi, come me, desidera intraprendere e concretizzare questa passione. A tal proposito, per chi fosse interessato, farò una anticipazione: nel prossimo anno pubblicherò proprio un libro che ne parlerà in modo più dettagliato. Per ora “accontentatevi” di quanto vi descriverò qui di seguito.

Una domanda verrebbe spontanea: ma se non sei uno scrittore di professione, quali consigli vorresti dare? Giusta la domanda, differente la questione. Personalmente, ad oggi, ho pubblicato su Amazon, sia nella versione digitale che cartacea, n° 22 libri di differente genere letterario e per chi desiderasse approfondire maggiormente di cosa trattano, lo invito a cliccare sul seguente link antoniopalmiero.it del mio sito Internet.

Ciò non è una credenziale, cioè non è la quantità che sancisce la qualità, ma per chi segue e legge regolarmente gli articoli – i Blog – da me redatti, credo che un’idea sul mio stile narrativo, per forma e sostanza, se la sia fatta. Poi potrà piacere o meno, ma questa diventa una questione di gusti e su questo aspetto non si discute, forti del detto: “Non è bello ciò che è bello, ma ciò che piace”.

Ora iniziamo questo percorso, breve, dove vi racconterò il mio modus operandi, “personale e non cedibile”… scherzo.

DA COSA NASCE UN LIBRO?

Così come per tante realizzazioni, il tutto nasce da un’idea. “Beh, sin qui c’eravamo arrivati anche noi…” mi sembra di sentirvi commentare. Ebbene sì, ma non è altrettanto scontato che sia sufficiente un’idea, anche valida, affinché poi si riesca a concretizzarla.

Mi spiego meglio. Personalmente mi capita che, vuoi in un luogo tranquillo come potrebbe essere una chiesetta di campagna, vuoi durante una passeggiata tra le colline e le montagne, vuoi in riva al mare, al tramonto, nel silenzio interrotto dalla risacca, mi giunga improvvisa una frase, una riflessione-flash, che attraversa la mia mente come un lampo, appunto, e che mi induce a pensare a quelle parole che mi sono apparse nella mente, improvvise e inaspettate e di cui non so darvi migliore spiegazione del perchè mi accada (oh, non faccio uso di “sostanze”…).

Da qui, spesso, quel pensiero diventa l’incipit di ciò che seguirà, principalmente il potenziale titolo del futuro libro. E quelle parole vado subito a registrarle, cioè me le scrivo su un libricino o sul cellulare, perché se ti sfuggono, non le recuperi più, almeno nella forma in cui ti sono giunte. Per capirci, non vi è mai capitato di scrivere una lettera al pc e poi, non avendola salvata, per una improvvisa causa elettrica, il computer si spegne e quanto avete appena scritto si perde? Domando: siete mai riusciti a riscriverla nello stesso modo, con le stesse parole, con espressioni cariche della stessa carica emotiva? Dubito…

È sempre così? ho sempre queste “illuminazioni”? Spesso sì, sempre… no, ma ciò che conta è prestare attenzione agli stimoli interiori o esterni che ti colpiscono. Talvolta può essere un’analisi introspettiva che ti porta a voler raccontare un’esperienza vissuta nella tua vita. In altre circostanze un fatto che ti è accaduto o di cui sei stato testimone che ti torna alla mente e decidi di volerlo approfondire. Un episodio del periodo scolastico che può aver segnato il tuo modo di pensare o un incontro particolare che ti ha toccato più profondamente di altri, ecc.

Ulteriori occasioni possono essere quelle determinate da immagini, magari dei cartelloni pubblicitari con uno slogan; una frase pronunciata da una persona a voce alta diretta ad un’altra; una scena comica che cogli al volo, una battuta umoristica, o una di tenerezza tra due innamorati, ecc.

Come vedete, mille possono essere gli stimoli che ti sollecitano… Sta poi a noi saperli cogliere e decretare se valga la pena tradurli nero su bianco e lasciarli come patrimonio esperienziale per chi avrà l’occasione di leggere quanto raccolto in un libro, digitale o tradizionale che sia, oppure lasciar correre…

Quindi idea = libro? A volte sì, altre no perché per poter redigere un libro occorre riflettere se quanto vogliamo trasmettere abbia un interesse per chi lo acquisterà, una finalità che possa risultare utile, magari anche solo in termini di svago, o di arricchimento culturale per l’ipotetico lettore. E non è nemmeno scontato che quel testo troverà il favore del pubblico, vuoi per la natura del genere letterario (Romanzo Rosa? Giallo? Poesia? Ecc.), vuoi semplicemente perché il titolo o la copertina non incuriosiscono o, ancor più probabile, ma anche un po’ triste, perché non sei conosciuto, non sei “famoso” e/o sponsorizzato da una Casa Editrice di fama.

Su questo ultimo punto, poi, si potrebbe aprire un dibattito perché se è vero che una Casa Editrice nota può dare una maggior garanzia sponsorizzando un autore, magari già noto, visti anche i costi promozionali a cui andrà incontro per il buon esito in termini commerciali di vendita, dall’altro non è una garanzia assoluta. Certo è che acquistare un libro, tra le centinaia di migliaia di titoli che ogni anno affollano librerie e web, di un emerito sconosciuto, comprendo sia un rischio maggiore. Lo dico contro il mio interesse appartenendo a questa categoria… ma così è: potresti scrivere anche meglio di Manzoni (solito riferimento…) o di Dante Alighieri, ma se non sei noto e, aggiungo, sponsorizzato da qualche famoso scrittore o critico letterario con un buon piano marketing alle spalle e di comunicazione, difficilmente potrai assurgere a livelli di notorietà/vendita del tuo libro.

COME NASCE E SI SVILUPPA UN LIBRO?

Non basta la sola idea, abbiamo detto. Sì, perché l’idea, l’ispirazione, è la “scintilla”, ma poi occorre il “carburante” e il “comburente”, cioè il contenuto e la forma. In sostanza perché scoppi l’incendio del sacro fuoco della scrittura, bisogna dar corpo a quell’incipit, quindi avere materiale a cui attingere come risorsa per poter “nutrire” gradevolmente le pagine bianche che sono lì in attesa che tu inizi e, soprattutto, concluda.

Potrà sembrare strano, ma non sono pochi gli autori che iniziano un racconto e ad un certo punto non sanno più come procedere o, peggio, come concludere quel testo. Possibile? Sì lo è, perché può capitare, e capita, che uno abbia un forte impulso a narrare la propria storia, magari autobiografica o biografica (la vita di una persona conosciuta e che si ritiene interessante raccontare), ma poi ci si accorge che manca materiale sufficiente per redigere un libro, anche in termini di “numero di pagine” perché un testo che si rispetti deve avere almeno una 80ina di pagine come, ad esempio, Amazon richiede per chi pubblica autonomamente come scrittore indipendente, affinché lo prenda in considerazione anche dal punto di vista della stampa.

Ma tornando alla redazione del libro stesso, ripeto, non ci si può limitare a scrivere una decina di pagine che in sintesi esprimono ciò che desideriamo trasmettere ma che, per esigenze editoriali, non possono essere assimilate ad un libro. Al più diventa un opuscolo… o un semplice racconto, un semplice episodio narrato.

L’abilità sta nel riuscire non tanto ad “allungare il brodo”, ma ad ambientare meglio la storia, descrivere i personaggi, dai protagonisti ai co-protagonisti, ecc., in modo da creare quel giusto contorno, quell’alone più ampio che permetta di arrivare al nocciolo del racconto dopo aver assaporato la “polpa”…

A quanto sopra, ovviamente, occorre prevedere la giusta copertina, assieme alla sua “quarta”, cioè il retro del libro, che formano il “biglietto da visita” del libro stesso e danno la giusta visibilità a chi fosse interessato a quel titolo e a quel genere.

Come scegliere la copertina? Beh, al di là del fatto che oggi come oggi esiste l’Intelligenza artificiale, ad esempio programmi come ChatGPT, che consentono di realizzarla o quantomeno di proporla, ma anche l’ausilio di un buon grafico può personalizzarla e renderla unica.

L’importante è che sia coerente con il titolo stesso e con il tema che verrà sviluppato al suo interno. Altrettanto importante è la cosiddetta “4° di copertina”, appunto, che nella sua esposizione sintetica cercherà di dare, al potenziale lettore, quegli spunti in grado di anticipare di cosa tratterà quel testo, nel tentativo di suscitare la sua curiosità, il desiderio di acquistarlo e… leggerlo! Perché questa puntualizzazione? Perchè molti sono i libri che giacciono sui comodini delle camere da letto in attesa di essere aperti ed iniziati con la speranza di essere anche terminati… e non è scontato!

LA SUA PRODUZIONE E PUBBLICAZIONE

Una volta messa a punto l’idea, sviluppata la storia, corredata dalla sua PREMESSA (in cui l’Autore descrive i motivi che l’hanno indotto a redigere quel libro e quale sia la finalità, il messaggio che si propone di trasmettere) e dalla INTRODUZIONE (in cui anticipano le linee generali del racconto, del romanzo rosa, del giallo/Thriller, ecc.) il libro deve passare il vaglio di un correttore di bozze e/o di un editor per quella operazione che viene definita “editing di qualità” dove questa/e figura/e valutano la prima bozza per correggere non solo errori ortografici, grammaticali e/o morfosintattici, con la relativa punteggiatura, ma anche la coerenza del racconto nel suo sviluppo, la descrizione dei personaggi, l’ambientazione della storia, ecc. in una parola, se quel testo sia pubblicabile o meno.

È un passaggio obbligato? Mah, dipende da chi è lo scrittore… e le sue lacune sintattiche, l’esperienza redazionale (è il primo libro che pubblica? Non ha mai scritto nulla in precedenza come articoli, blog vari, newsletter, ecc.?), ma la lettura da parte di una persona terza, quindi differente dall’autore stesso, competente, è auspicabile soprattutto se chi scrive è un autore indipendente che non si fa pubblicare da una casa editrice e quindi non può avvalersi di queste figure professionali che possano esaminare e selezionare il manufatto in questione.

Nel gergo comune, si usa l’espressione: “scrive come parla” riferendosi ad uno stile di scrittura, narrativo, scorrevole, di immediata e facile comprensione, semplice nella sua stesura, quasi colloquiale… Attenzione, però, a non prendere alla lettera questo modo di dire. Perché? Perchè immaginatevi se si usasse lo stesso codice del “parlato” trasferito “sic et sempliciter” nero su bianco! Sarebbe un dramma! Immaginatevi se si utilizzassero le stesse perifrasi, cioè i “giri di parole”, l’intercalare classico usato di una conversazione in un racconto.

Un esempio? Brevemente, immaginate il dialogo tra due amici che si incontrano e così conversano:

<< Uhe, ciao! Come stai? Ti vedo bene! E tu? anche tu stai bene! E allora come va? Mah sì, dai, cioè, potrebbe andare meglio… Mah… cioè… cosa vuoi.. e tu? Cavolo ti vedo bene anch’io, eh… Mah… sin che va… cioè…>>

Ho dato l’idea? Bene, procediamo.

Anche i semplici refusi (errori di digitazione) diventano “invisibili” allo stesso autore che pur rileggendo più volte il suo scritto (soprattutto se ripetutamente e in una stessa seduta di correzione del testo) non riesce più a vedere gli errori di battuta anche se evidenziati da una sottolineatura “rossa” del pc: il cervello legge quello che lui ha in mente di dire, non quello che c’è scritto…

N.B.: dimenticavo di precisare, ma l’ho dato per scontato, che oggi i testi si scrivono normalmente col pc e non più a mano (da cui proviene il termine “manoscritto”…) o con la macchina da scrivere (oggetto ormai da museo…).

Dopo tutte queste fasi, ottenuta la bozza finale e corretta in tutte le sue parti anche grafiche (eventuali scelte della dimensione di un carattere, di un “font” rispetto ad un altro, l’impaginazione, l’evitare quei “muri di testo” che rendono meno leggibile la pagina stessa, ecc.) si procede con il “visto, si stampi” che dà il via alla realizzazione tipografica del libro.

Ovviamente, se il prodotto è realizzato in proprio, tutto questo viene assoggettato alla propria capacità realizzativa dall’A alla Z. Differentemente, se si ha, invece, la fortuna di essere selezionati da una casa editrice nota (diffidare da quelle a pagamento… con il rischio che, spesso, non mantengono le promesse precontrattuali e manco quelle contrattuali, almeno quelle meno serie…), tutto questo lavoro viene loro delegato sino alla pubblicazione.

CONSIDERAZIONI

Tutto qui? Ma allora è semplice scrivere e pubblicare un libro…

Mah, proprio semplice semplice non lo è in quanto le fasi, i vari step, sinteticamente qui descritti, possono impegnare più persone col relativo tempo/denaro…

C’è anche da dire che, non per autocelebrarmi in qualità di autore di più pubblicazioni, normalmente, per il neofita, spesso si tratta di realizzare un’opera singola, cioè “one shot”: un singolo evento letterario finito il quale non si replica. Di solito è il classico libro autobiografico in cui l’autore sente il desiderio, raggiunta una certa età – di solito quella pensionabile – di raccontarsi, narrare la propria esperienza di vita, quegli aspetti significativi che hanno caratterizzato la propria esistenza personale e professionale.

A tal proposito, uno dei libri che ho pubblicato riguarda proprio un testo autobiografico inerente la mia adolescenza dal titolo: “Maledetta adolescenza, beata gioventù“, il 4° della mia produzione letteraria, ed uno, il 10°, relativo alla mia variegata esperienza lavorativa dal titolo: “STORIA DI UN UOMO”.

Una nota: qualche amico mi ha domandato se non mi sia mai capitato il famoso “blocco dello scrittore”, quel fenomeno, cioè, che può cogliere uno scrittore, per motivi ansiosi, di stanchezza o di stress da prestazione. In tutta onestà, per il momento, non l’ho ancora avuto e spero non mi accada mai prima del giorno in cui deciderò di riporre “tastiera & mouse” nel cassetto… ragione per cui, oggi come oggi, sto continuando a perseverare in questa passione.

Quindi, chiunque può scrivere e pubblicare un libro? Perché no, a patto che abbia un minimo di confidenza con la grammatica italiana, un’idea valida da sviluppare e l’umiltà di farsi aiutare laddove l’inesperienza potrebbe giocare a suo sfavore. Un semplice consiglio? Se lo accettate, fate così: una volta realizzato il manoscritto, sottoponetelo ad un gruppo di lettura, cioè alcune persone che, anche in funzione del genere letterario redatto, possa rappresentare il potenziale pubblico di lettori affinchè – dato per scontato l’aspetto morfosintattico – vi esprima, in anteprima, la propria opinione in merito a forma e contenuto.

Un esempio? Banalmente, un “pool” così assortito: maschi/femmine; giovani/media età-anziani; laici/religiosi (e se si trattasse di temi spirituali/teologici, suggerirei presbiteri/suore); studenti diplomati/laureati; eventualmente qualche “specialista” della materia trattata come, ad esempio, uno psicologo se il tema del libro dovesse essere inerente l’aspetto introspettivo o un teologo per temi di natura biblica, onde evitare di scrivere qualche eresia…

Qualche altro suggerimento? Per imparare a scrivere bisogna… scrivere! Nessun’arte si apprende solo guardando, ma facendo… Ve lo immaginereste Michelangelo Buonarroti scolpire il Mosè col pensiero? Credo che quel blocco di marmo sarebbe rimasto di… marmo!

CONCLUSIONE

Un altro amico, dopo aver letto un paio di libri da me redatti, mi chiese: “Ma tu sei uno scrittore per passione o sei un appassionato della scrittura?”. Lo guardai incuriosito per la formulazione della sua domanda che, a prima vista, mi sembrava voler dire la stessa cosa ripetuta in forma diversa, cioè due domande analoghe nello stesso quesito… Ci pensai un attimo e, poi, gli risposi così:

“Innanzitutto se sia o meno uno scrittore, non sono io a doverlo definire, ma chi avrà il piacere di leggermi. Se poi scriva per passione o sia un appassionato della scrittura, credo sia una questione più di natura semantica che da me sinceramente sentita. Il motore primo che mi spinge a redigere un libro, un blog, una newsletter, ecc. è quel fuoco, quindi quella componente passionale, che fa parte della mia indole e che si manifesta non solo in questo ambito, ma in tutto ciò che ho fatto e faccio nella mia vita. Poi se ne abbia la capacità o meno, ripeto, lascio ai lettori esprimere la propria opinione e sono aperto ad ogni critica oggettiva, né a favore né aprioristicamente contraria e prevenuta”.

Un’ultima considerazione rivolta a chi vorrà intraprendere questa “professione” è la seguente: scrivere è un’arte e bisogna apprenderla, come per tutti i “mestieri”, per realizzare un prodotto di qualità. Il libro, in particolare, ha anche una responsabilità in più: trasmettere dei concetti, dei valori che possono condizionare chi li leggerà, in positivo o in negativo, ma, ci si augura, non lo lascino indifferente. Se, terminata la lettura di un libro, il lettore fosse identico a quando l’ha iniziata, senza aver ricavato nemmeno il più piccolo arricchimento — una parola nuova, un’idea, un concetto, una diversa forma espressiva… — allora il fallimento sarebbe duplice: dell’autore che lo ha scritto e del lettore che lo ha acquistato, perché entrambi avrebbero investito inutilmente tempo e denaro.

Buona lettura, anzi buona scrittura!

Con affetto, Vostro Antonio.

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