Antonio Palmiero

Volersi BENE o AMARSI? Sono la stessa cosa?

Volersi bene o amarsi Sono la stessa cosa

PREMESSA

Prima di affrontare questo tema, desidero informare i lettori che l’argomento, analizzato sotto un’altra angolatura nelle umane relazioni, può essere approfondito nel mio blog: Amicizia tra Uomo e Donna, esiste davvero quella autentica?

ANALISI

Un’altra analisi psicologica sull’amore? Ma non se ne è già parlato in lungo e in largo e non solo su queste pagine (come riferito in PREMESSA), ma in ogni rivista, più o meno specialistica, o di “gossip”, oltre che in libri e tomi alti così scritti da esperti della materia (psicologi, psicoterapeuti, psicanalisti, sessuologi…)?

Ebbene l’analisi che mi piacerebbe sviluppare con voi, in questo articolo, ha un taglio completamente diverso, diciamo meno scontato, e prende spunto dal confronto tra due brani evangelici: Matteo 26, 69-75 e Giovanni 21, 15-19. Ovviamente, per facilitare la lettura e il prosieguo di quanto dirò, riporto i due brani qui di seguito:

Mt 26, 69-75 (Rinnegamenti di Pietro)

69Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». 70Ed egli negò davanti a tutti: «Non capisco che cosa tu voglia dire»71Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». 72Ma egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell’uomo»73Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!». 74Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. 75E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: «Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte». E uscito all’aperto, pianse amaramente.

E:

Giovanni 21,15-19 (dal testo della C.E.I. 2008)

15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Penso che sia spontaneo domandarsi il perché dell’accostamento tra questi due testi evangelici e quale relazione esista tra di loro per essere riportati in questo contesto e per rispondere all’iniziale domanda.

Ebbene, come nel mio stile, parto dalle definizioni più “laiche” di questi due atteggiamenti del cuore rilevandone definizioni e considerazioni avvalendomi della IA (l’ormai nota “Intelligenza Artificiale”). Ascoltate:

“La differenza principale tra “volersi bene” e “amare” risiede nell’intensità e nella natura del sentimento. Voler bene implica un affetto profondo, un legame di cura e attenzione, mentre amare è un sentimento più intenso, che include anche passione, desiderio e un forte attaccamento emotivo. 

Ecco una spiegazione più dettagliata: 

  • Volersi bene:

Significa provare affetto, tenerezza e cura verso qualcuno, desiderando il suo benessere e felicità. È un sentimento che può essere rivolto a familiari, amici e anche a sé stessi. È un legame meno intenso e passionale rispetto all’amore, ma comunque significativo e importante.

  • Amare:

È un sentimento più profondo e complesso, che include anche passione, desiderio e un forte legame emotivo. L’amore può essere rivolto a un partner, ma anche a un figlio o a un genitore. È un sentimento che porta a voler proteggere, prendersi cura e condividere la vita con la persona amata.

In sostanza, si può voler bene a molte persone, mentre si ama qualcuno in modo più specifico e intenso.”

Mi sembra possiamo accogliere favorevolmente questa spiegazione e relativa distinzione tra i due termini, ma mi sembra anche di comprendere la vostra perplessità circa questo ampio preambolo prima di affrontare l’argomento specifico sotto l’aspetto premesso all’inizio e in riferimento ai due brani di Vangelo.  Detto in altri termini: “Ma dove voglio andare a parare?”.

Bene. Entriamo nel merito.

Se osservate i due episodi evangelici qui riportati, si evidenzia come in quello di Matteo – e precisamente in 26, 70 in 26,73 e in 26,74 – Pietro rinneghi per ben tre volte Gesù, negando di conoscerlo. Parallelamente – in Giovanni 21,15 in 21,16 e in 21,17 – Gesù domandi a Pietro per tre volte se Lo ami/voglia bene.

RIFLESSIONI

Credo che la riflessione sia intuitiva: il forte contrasto tra la mancanza di amore evidenziata (per paura…) da parte dell’apostolo e la richiesta di amore, o meglio, di presa di coscienza dell’effettivo livello di amore/bene sempre di Pietro verso di Lui.

Approfondiamo.

Al termine del brano di Matteo, nel versetto 75 “75E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: «Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte». E uscito all’aperto, pianse amaramente.(1) l’apostolo prende coscienza della sua infedeltà e quel canto del gallo gli riporta alla mente e al cuore le parole di Gesù che gli aveva predetto il suo comportamento infedele.

(1) N.B.: una riflessione ed approfondimento relativi a questa frase E uscito all’aperto, pianse amaramente., lo si può trovare nel mio testo: “Diario Spirituale” al cap. 4 della Sesione Religiosa:

Nel brano di Giovanni, il ripetere incalzantemente (anche graficamente) in modo conseguenziale (versetti 15,16,17) da parte di Gesù se lo amasse, pone in crisi Pietro che si rammarica, quasi ci rimane male per questa ripetitività circa il suo sentimento nei confronti del Maestro del quale, quest’Ultimo, sembrerebbe dubitare.

Tra l’altro ricordo che in Mt 16, 15-19 Gesù aveva appena esaltato Pietro a fronte della risposta che diede alla domanda che aveva rivolto ai discepoli:

15 Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Mentre in Mt 26 nei citati versetti sembra porre in dubbio il sentimento di affetto di Pietro nei Suoi confronti, come detto.

Da qui la perplessità del futuro primo Papa, benché non fosse insolito che il Signore riprendesse anche duramente i Suoi discepoli per educarli. Infatti, sempre in Mt 16, 22-23, quindi sempre nello stesso capitolo in cui lo aveva esaltato, non esita a dargli del “Satana” quando Gesù anticipa come sarebbe stata la propria drammatica fine.

Leggiamo:

“22 Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!»”.

Da colui sul quale Gesù avrebbe fondato la Sua Chiesa (Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa) a “Satana!”: sembrerebbe una forte dicotomia operata dal Signore sullo stesso Pietro, quasi schizofrenica: da Santo a diavolo…

Ora capite come si deve essere sentito il primo degli apostoli quando il Signore continuava a domandargli se lo amasse (o, implicitamente, non lo amasse). Forse si aspettava qualche “rimprovero” o qualche uscita imprevedibile del Maestro che avrebbe potuto metterlo in difficoltà e fargli perdere prestigio di fronte agli altri discepoli.

Del resto, per meglio comprendere questa realtà psicologica di Pietro, immaginiamoci una situazione analoga in una nostra famiglia. Un padre che domandi al figlio maggiore, il primogenito, di fronte agli altri fratelli, se lo ami. Capite che se alla prima volta la domanda può risultare “retorica”, il ripeterlo una seconda e una terza volta, può veramente lasciare il figlio perplesso anche perché incomincerebbe a temere qualche “sorpresa” sottostante quel ripetuto insistere, oltre alla figura/perdita di prestigio conseguente nei confronti dei suoi fratelli minori.

Da quella risposta scontata: “Certo, papà!” ad un “Ma papà perché continui a domandarmelo?” il passo è breve, come trasformare un punto esclamativo in uno interrogativo…

E forse che Pietro non visse questa metamorfosi nel suo animo? Permettetemi di scrivere domanda e risposta nel dialogo tra il Signore (Gesù Cristo=Padre eterno=Spirito Santo: la Trinità) e Pietro, una affianco all’altra:

«Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?»  «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene»

«Simone, figlio di Giovanni, mi ami?»  «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene»

«Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?»  «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene»

Come osservabile a fronte delle due prime domande, le risposte sono introdotte dall’avverbio “Certo” che indica inequivocabilmente convinzione e sicurezza. Ma alla terza domanda, la risposta sembra incespicare, incrinare quella certezza iniziale. Pietro sembra cercare “complicità”, condivisione, quasi ad ottenere una conferma, una approvazione alla sua affermazione da parte dell’interlocutore, Gesù: “Signore, tu conosci tutto…” verrebbe da aggiungere: “Perché me lo richiedi per la terza volta?”.  Non a caso l’evangelista sottolinea: “Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?»”.

Ma perché questa analisi, questa riflessione ed approfondimento del testo che sembra un po’ eludere la domanda che caratterizza il titolo di questo Blog?

Vuoi vedere che sono andato “fuori tema”?

No, un attimo di pazienza ancora e cogliamo la sintesi di questo sviluppo rispondendo alla domanda iniziale.

In questo brano, nelle due domande iniziali, Gesù utilizza il verbo “amare”: “…mi ami più di costoro?mi ami?” mentre nell’ultima usa l’espressione “mi vuoi bene?”. È solo una questione semantica? No, altrimenti non sarebbe valsa la pena redigere tutto ciò.

Il cambio di verbo/espressione è legato alla risposta di Pietro che non la modifica, nella sua di espressione, da un “…ti voglio benetu sai che ti voglio bene” ad un “ti amo”, così come normalmente è regola rispondere – a chi pone una domanda diretta – con lo stesso verbo presente e contenuto nella domanda stessa (ad es. “Mangi la pasta?”… “No, non la mangio” oppure “Sì, la mangio” e non “No, non la voglio…”, ecc.).

Se teniamo valide le definizioni esposte all’inizio di questo articolo, ci rendiamo conto del differente peso tra le due espressioni: la richiesta esplicita di Gesù mira a comprendere il livello di comprensione, scusate il gioco di parole, di Pietro. Il Signore, in altri termini, sta sondando il cuore di Pietro se è pronto a ricevere non tanto la “gestione” di quegli undici apostoli, quanto il potergli affidare la guida della Sua Chiesa: “Pasci i miei agnelli” (interpretabile come i più “giovani” della Sua Chiesa), “Pasci le mie pecore” (i più “adulti” nella Fede).

Il Signore capisce che Pietro non era ancora consapevole dell’incarico che gli aveva annunciato (Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa) e della sua portata nonché della necessità che per poter portare avanti questa missione ed amare i suoi fratelli, la Chiesa, doveva imparare ad amare con quella esclusività, con quel primato, che il Signore gli stava ripetutamente chiedendo: amare Gesù/il Padre con tutto sé stesso per poi amare il prossimo (Comandamento dell’amore).

In altre parole, Pietro doveva prima poter prendere coscienza di questo mistero d’amore per poi poterlo professare e testimoniare.

Ma, a fronte della difficoltà di Pietro a capire questo, il Signore “scende”, si abbassa al suo livello, entra cioè in dialogo con lui perfezionando la Sua comunicazione: parla lo stesso linguaggio: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?» ed ecco che, pur nell’incertezza manifestata dalla risposta, come abbiamo sottolineato in precedenza, Pietro usa la stessa espressione linguistica: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene», entra, cioè, in relazione con Lui.

CONCLUSIONE

Abbiamo visto che “voler bene” non è identico ad “amare” nelle relazioni umane, ma anche che da un volersi bene come sentimento tra familiari e/o amici, questo sentire può anche trasformarsi in amore (vedi il mio citato blog: https://www.antoniopalmiero.it/amicizia-tra-uomo-e-donna/).

Quindi? Quindi, questo brano evangelico di Giovanni ci deve far riflettere su come il Signore Gesù ci venga incontro sempre ed è il primo ad “abbassarsi” al nostro livello, alla nostra capacità di voler bene per farci crescere nell’amore per portarci a comprendere come il Suo nei nostri confronti non è un semplice volerci bene, ma un amarci al punto tale da aver dato la propria vita per la nostra salvezza eterna!

Però ci chiede anche una “esclusività”, come riportato nella definizione e differenziazione tra i due sentimenti:

“In sostanza, si può voler bene a molte persone, mentre si ama qualcuno in modo più specifico e intenso”.

“Egoisticamente” il Signore ci chiede di amarlo al di sopra di ogni persona o cosa in un rapporto unico e irripetibile, dialogico, “personale e non cedibile”.

A noi l’onere di farlo nostro e di giungere al termine della nostra esistenza con la certezza (qui sì!) di avere un Padre che ci attende con quello stesso Amore per noi e per il quale ha sacrificato Suo Figlio.

Riusciremo prima della nostra dipartita a capirlo? Sarebbe un peccato vivere questa esistenza vinti più che dalla certezza del Suo Amore, dalla paura del Suo castigo…

Con “amore” Vostro Antonio.

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