Antonio Palmiero

Eucaristia e Confessione ai divorziati: cosa dice la Chiesa?

Eucaristia e Confessione ai Divorziati cosa dice la Chiesa_AntonioPalmiero

INTRODUZIONE

Un tema di questa portata rischia di operare una dicotomia tra cristiani “bravi” e “cattivi” o, quantomeno, affrontare questa realtà ci porta su un terreno molto scivoloso: il rischio di rimanere ancorati ad un legalismo che rasenta l’intolleranza o, per contro, perorare un “lassismo” morale che tollera e giustifica tutto, è altrettanto rischioso e difficile da dirimere. Ci domandiamo subito: chi è nel giusto e chi nell’errore?

Eccoci già giunti al nocciolo della questione, quesito al quale si vorrebbe dare subito risposta, possibilmente netta ed inequivocabile.

Per essere precisi, la questione interessa anche i separati non risposati ma conviventi “carnalmente” con un altro partner. A tal proposito sgombro subito il campo da “fluidità di genere” e omosessualità, non perché aprioristicamente prevenuto in tal senso, ma perché mi rifaccio alla coppia tradizionalmente intesa e della quale intendo parlare non avendo, tra le altre, competenza e conoscenza approfondite anche dal punto di vista normativo ed etico specifico in merito a questa realtà. Chiarito questo, procedo.

Il quesito è e rimane il seguente: se un uomo che si fosse separato e convivesse anche intimamente con un’altra donna e/o viceversa, oppure un uomo sposatosi “in chiesa” divorziasse e si risposasse “in comune” con un’altra donna – libera o divorziata a sua volta – o viceversa, potrebbe accedere ai sacramenti di “Confessione/Riconciliazione” – o anche “Penitenza” – sacramentale e della “Comunione/Eucaristia” sacramentale?

Una precisazione. Perché specifico “sacramentale”? Perché una confessione/pentimento può essere fatta/chiesto anche direttamente al Padre eterno, assolutamente lecito e suggerito soprattutto in casi di pericolo di vita dalla persona stessa appellandosi alla misericordia di Dio per il perdono dei propri peccati, ma non è la stessa cosa della confessione e relativa assoluzione operata dal sacerdote “nel confessionale”. Analoga considerazione per la “comunione spirituale” che può essere fatta dalla persona decine di volte al giorno, benchè non sia la stessa cosa della “comunione” ricevuta dal sacerdote tramite la particola consacrata.

Precisato quanto sopra, analizziamo la problematica che investe milioni di persone, credenti e non, con l’unica differenza che chi crede nell’ortodossia della Chiesa ed è cristiano cattolico, vive il contrasto tra la propria fede e i relativi dettami in cui crede e la realtà che le circostanze della umana esistenza l’hanno portato a vivere. Per chi non crede, il problema è già risolto all’origine: per costoro il problema non si pone perché non esiste.

ANALISI TEORICA E CASI CONCRETI

Ma, prima di arrivare a “sentenza”, cerchiamo di analizzare questa realtà così variegata non tanto per la conclusione alla quale si perviene, divorziati risposati e/o separati conviventi carnalmente, ma per le situazioni che hanno portato ad operare queste scelte di vita, spesso dolorose, mai prese a cuor leggero, eccezioni a parte – vedi magari nel mondo dello spettacolo dove matrimoni dalla durata di un viaggio di nozze o poco più con relative separazioni o divorzi milionari (una volta “miliardari”) si ripetono più volte nell’arco della loro vita – non solo per gli ex-coniugi, ma anche e soprattutto per i figli nati da quel matrimonio.

Per essere concreti, partiamo con un esempio, al maschile, ma che vale pari pari al femminile, spero calzante: siamo uomini sposati, la nostra vita affettiva non va bene, non è appagante; la relazione con la nostra consorte ci inaridisce, non ci dà più nulla. Abbiamo però, come genitori, dei figli in comune, magari piccoli o appena adolescenti, che hanno evidente bisogno di essere cresciuti, educati, amati e, di certo, non abbandonati.

Ma la nostra vita sentimentale è diventata insopportabile. Il “caso” vuole che, in una delle mille circostanze della vita, incontriamo una donna che non conoscevamo e con la quale incominciamo una frequentazione anche semplicemente per parlare, per sfogare il nostro stato d’animo trovando corrispondenza, quella maggiore affinità e iniziamo a riprovare il piacere dello stare bene assieme ad una donna…

Sappiamo che questa nuova conoscenza potrebbe “sfuggirci” di mano, ma sentiamo altresì il bisogno insopprimibile di quel rapporto di amicizia riservato, esclusivo, “speciale” e… inaspettato. Nella nostra mente si scatena la lotta tra il “dovere coniugale” (ormai svuotato di contenuti) e quello “adulterino” (che potrebbe verificarsi andando avanti nella relazione), ma che è diventato linfa vitale a compensazione di ciò che ci è ormai venuto meno da troppo tempo, e non solo fisicamente, ma anche sentimentalmente.

Matrimonio e Adulterio

Siamo consapevoli che non dovremmo cedere a questa necessità/passione, ma l’avvilimento che stiamo vivendo è diventato tale da risultare insopportabile (magari anche per la nuova donna conosciuta che, a sua volta, sta vivendo analoga situazione: frangenti molto più frequenti di quello che si possa immaginare).

Abbiamo retto sino a quell’ennesimo incontro “clandestino”, ma poi abbiamo ceduto all’inevitabile… La “frittata” è fatta: abbiamo commesso un adulterio = peccato mortale (queste le tre condizioni: materia grave, piena consapevolezza e deliberato consenso, tutte e tre presenti in quel momento in cui abbiamo ceduto. Possibile che ciò avvenga, cioè che queste tre condizioni siano presenti contemporaneamente? Mi sembra difficile…).

Ci rechiamo in confessionale ed accusiamo il fatto. Il sacerdote, pur comprendendo la situazione e, magari conoscendoci, ci dice che è sbagliato e dobbiamo pentirci… Ecco qui che al dramma del peccato commesso (mortale o meno, peccato è) si aggiunge il dramma di doversi pentire e promettere di impegnarsi a “non più commetterlo”.

Perché il dramma? Perché se coscientemente siamo consapevoli di trovarci “ufficialmente” in una posizione sbagliata e chiediamo perdono per aver trasgredito una promessa matrimoniale contratta sull’altare – per chi si è sposato in chiesa, o meglio, di fronte a Dio – allo stesso tempo, umanamente parlando, non ci sentiamo colpevoli di aver amato ed essere stati amati, a nostra volta, da un’altra donna di quell’amore di cui si è persa ogni traccia nel matrimonio contratto!

C’è quasi una “rabbia” per essere in quella situazione di conflitto e non riuscire a vedere una via di uscita: i doveri familiari e genitoriali da una parte, l’amore e la gioia di vivere per un sentimento ritrovato, con un’altra donna, dall’altra. Ne deriva, quindi, che a fronte della massima sincerità nell’accusare questo peccato ci si scontra col dover operare una scelta: “tornare all’ovile” o diventare/rimanere adultero clandestino, sin che la situazione non esploda con tutte le relative conseguenze (soprattutto per i figli…). Una forma di vero e proprio cortocircuito dei propri sentimenti!

A questo aggiungiamo che anche laddove il pentimento fosse autentico, il “proponimento a non più peccare” e il “fuggirne le occasioni prossime”, diventa il tormentone del peccatore. Lui sa che sarà praticamente impossibile decidersi, soprattutto nel breve, a troncare quella relazione appena iniziata “intimamente”, anche perché è diventata la sua ragione di vita, il rapporto che gli sta dando quello di cui ha bisogno e che non riesce più a trovare nella consorte…

Ricordiamo le parole di S. Agostino che così dice, quando confessa i propri peccati: “Signore, rendimi casto ma non subito”… Penso sia eloquente la difficoltà a staccarsi da ciò che ci piace, che amiamo, che ci dona piacere, soddisfazione. Come può, quindi, confessandosi, prendersi questo impegno di fronte non ad un uomo (che come tale comprende il dilaniante stato emotivo e sentimentale del penitente), ma al vicario di Cristo in terra, detto in altri termini, di fronte al Padre eterno? Può mai mentirgli?

Nel contempo, il sacerdote non può esimersi di prospettarti come stanno le cose, sacramentalmente. L’uno, il penitente, se ammettesse a parole di far proponimento di interrompere quella relazione, mentendo, commetterebbe un sacrilegio; l’altro, il sacerdote, verrebbe meno ad un suo dovere quantomeno morale (non sono un presbitero e non conosco il diritto canonico, quindi non saprei dire incontro a quale peccato/conseguenza andrebbe, ma credo commetterebbe una colpa grave…) confermando nell’errore il penitente stesso. 

CONSIDERAZIONE

Mi sono avvalso di questo esempio, un esempio molto concreto e, in tutta onestà, posso dirvi di aver conosciuto, sul versante femminile, non poche mogli che vivevano questa realtà, esattamente per le analoghe ragioni raccontate al maschile. Donne che non cercavano, differentemente dall’uomo, prioritariamente solo l’aspetto sessuale, ma anche quello…, bensì una persona che le comprendesse, le rispettasse, desse loro valore. Uomini in grado di ascoltarle, confortarle a fronte di coniugi distratti, assenti, disinteressati, egoisti, arroganti quando non violenti! L’amore è un sentimento tanto forte quanto fragile!

Quando studiavo tecnologia meccanica, tra i vari trattamenti termici a cui si possono sottoporre i metalli, mi rimase impresso quello detto della “tempra”, cioè quel trattamento di surriscaldamento del metallo, in particolare l’acciaio, e del suo rapido raffreddamento in acqua: la durezza che il metallo stesso raggiungeva era considerevolmente superiore rispetto al suo stato di partenza, ma la relativa fragilità era cresciuta esponenzialmente. Si dice, normalmente, che “ad ogni grado di durezza corrisponda una fragilità”. Non a caso questi metalli vengono, poi, sottoposti ad altri trattamenti termici per ridurre detta fragilità: Il “rinvenimento”, detto anche “invecchiamento”, è un trattamento termico di un metallo eseguito al fine di ridurre gli effetti negativi della tempra sul materiale, nel caso questo presenti eccessiva durezza e, appunto, fragilità.

Ecco, anche noi abbiamo bisogno di “rinvenire” nel senso di trovare un punto di ammorbidimento, un punto di equilibrio interiore. Non è la ricerca del facile compromesso, del “piede in due scarpe”, ma la necessità di riuscire a non impazzire. Tra l’altro chi si pone difronte ad un confessore mettendo nelle sue mani la propria realtà di peccato, peccato generato da questi presupposti, beh non è certo un egoista che se ne frega di tutto e di tutti, altrimenti non si farebbe questi scrupoli di coscienza e non sarebbe lì inginocchiato… Però, operare quella dicotomia, netta, totale, immediata… è più facile a dirsi che a farsi soprattutto quando entrano in gioco i sentimenti.

Ho conosciuto persone che ci hanno messo vent’anni per decidersi… Parliamoci chiaro: non siamo pezzi di acciaio che il fabbro lavora e sotto i colpi della mazza o del maglio ci modella, anche se la metafora potrebbe calzare, dove il fabbro è il Padre eterno e i colpi che riceviamo servono per “raddrizzarci”, per formarci, per eliminare le scorie/peccati del metallo/uomo.

Ma se così fosse, allora ci avrebbe dovuto fare veramente di acciaio, duri e con un punto di resistenza alla flessione (la tentazione…) così alto da non piegarci (cadere…) mai! Uscendo da questa “fanta-metallurgia teologica” credo che il Signore legga dentro di noi il coacervo di stati d’animo, le pulsioni che ci agitano, la lotta che si scatena in noi e saprà aiutarci, darci la Sua grazia, se glielo chiediamo, senza per questo condannarci ad una vita di stenti o con la condanna già scritta ma, nel rispetto della nostra libertà, leggerà nel fondo del cuore e ne coglierà le difficoltà, la “schizofrenica” lotta tra il desiderio di voler fare il bene e la realtà del compiere il male (San Paolo ce lo ricorda – vedi Rm 7, 18 – 25).

LA “CONFESSIONE” DI UN SACERDOTE

Un sacerdote, interrogato su questo tema (quello dell’esempio adulterino su riportato) mi confessò – lui a me…-  che incontrò un uomo di fede, cristiano, cattolico, osservante e praticante, impegnato in parrocchia, che stava vivendo questo dramma della separazione. Stava letteralmente impazzendo combattuto tra i valori cristiani in cui credeva profondamente e ai quali non voleva coerentemente rinunciare e la devastante realtà matrimoniale.

Incominciava ad accusare sintomi di depressione, a parlare da solo, manifestava tic nervosi e a quel punto, il sacerdote, gli disse: “Il Signore non vuole che l’uomo diventi pazzo. Fai una scelta, quella che senti nel tuo cuore più vera, autentica, e lascia al Signore giudicare. Ricordati che il Signore giudica con Amore, leggendo nel tuo cuore e comprendendo la tua sofferenza che non è legata solo all’aspetto di trovare in questa nuova donna la mera soddisfazione sessuale. Non sostituirti a Lui nel giudizio, non autocondannarti né assolverti, ma vivi in onestà (sembrerebbe una contraddizione in termini…) la tua relazione con chi hai deciso. Differentemente, per tacitare la tua coscienza, per sentirti a posto con la Legge di Dio, per paura del Suo castigo, torneresti, non convinto, da tua moglie, ma il cuore sarebbe lontano, altrove: non saresti comunque meno colpevole… saresti forse più un “sepolcro imbiancato”. Vivi la tua vita, non far mancare nulla ai tuoi figli (era padre), sia economicamente che come presenza per quanto potrai, e cerca di non fare del male alla tua famiglia, alla tua legittima consorte, anzi dai loro un aiuto e fai loro il bene che potrai.”

Questo fu un po’ il senso del discorso che il prete gli fece, non certo per invitarlo a commettere e perdurare nell’adulterio, ma per evitargli, credo, una vita che sarebbe potuta sfociare anche in un gesto inconsulto o verso la consorte – “ex”… nei fatti – (uxoricidio?) o verso di sé (suicidio?).

Non entriamo nel merito perché i fatti e la confessione sacramentale la visse questo sacerdote con quel penitente, ma quanto riportato, solo per dire che i casi della vita sono tali e tanti con altrettante situazioni e sfaccettature che non possiamo fare di tutta l’erba un fascio…

Tra lo scritto sul Catechismo e la vita reale non sempre ci si incontra, non tutto è previsto, così come deve essere, perché il Catechismo non è un codice civile o penale che compendia tutti i casi (e nemmeno questi lo fanno) ma ha un carattere di generalità che dà, diciamo, le linee guida della coscienza collettiva ed individuale.

CONTRASTO TRA TEORIA PROCLAMATA E REALTA’ VISSUTA

Un anziano prete missionario, in occasione di una mia confessione sacramentale, di fronte ai quesiti di vita pratica che con difficoltà riuscivo a far combaciare con la rigorosità del citato catechismo, mi disse, sorridendo, con fare paterno: “Qualche volta, lo chiuda…” come per volermi tranquillizzare sulla difficoltà umana, nelle tante e variegate situazioni, ad essere sempre coerenti con i tanti articoli previsti dal CCC (Catechismo Chiesa Cattolica).

Il rischio, talvolta, è di non vivere la propria esistenza, timorosi di sbagliare ad ogni passo, di potersi sporcare le mani anche per aiutare chi fosse nella difficoltà perché si andrebbe contro qualche codicillo… Vedete come non sia facile, se si è onesti con sé stessi, assumersi la responsabilità a non più permanere in quello stato di “dis-grazia” e non ricadere più in quel peccato perché, spesso, non dipende solo da te ma anche dall’altra persona che di te ha altrettanto bisogno.

Sulle situazioni di separazioni coniugali, prima, e/o divorzio poi, dove la terza persona, un lui o una lei, entrano in campo, mi son posto una domanda. Non potrebbe essere un aiuto che il Signore ci concede per riuscire a vivere, un sostegno morale o, a volte, anche materiale che ci permette di tenere comunque unita la propria famiglia?

Magari due coniugi di altrettante famiglie che vivono una fase di grande difficoltà e che, non volendo comunque rompere il legame con il/la proprio/a consorte, distruggere la reciproca famiglia di appartenenza, si frequentano e sostengono a vicenda per riuscire a superare quella crisi coniugale più o meno forte, più o meno protratta? Ancora una volta non voglio giustificare il peccato in sé, ma se questo nuovo equilibrio, senza generare rotture, riesce ad essere, un po’ paradossalmente, un “collante” tra le parti, forse non sarebbe così condannabile come quello che va a cercare di insinuarsi in una coppia che vive in piena armonia. O no?

Poi c’è la “storiella” di vivere come “fratelli e sorelle”, come per i separati conviventi o i divorziati risposati, per poter accedere ai sacramenti (Confessione e Eucaristia)… Perdonatemi, non voglio essere né irriverente né dissacratorio e men che meno blasfemo, ma mi domando: se uno dei motivi che può aver portato alla rottura del legame matrimoniale, non il solo, né l’unico, ma certamente importante nella dinamica relazionale uomo-donna, è stato anche quello (il sesso), un uomo cosa fa? Si trova una compagna e poi vive in castità? Allora stava a casa propria con la diventata “pseudo-moglie” (esistono anche i “doveri coniugali” – brutta parola…), almeno sotto questo profilo, e così poteva confessarsi sacramentalmente e comunicarsi!

A volte mi sembra ci siano degli aspetti che tra la teoria e la pratica stridano e non poco. In Amoris Laetitia, al capitolo ottavo della Esortazione Apostolica Post Sinodale, commentata dal Cardinale Francesco Coccopalmerio, si evidenziano tratti che devono far riflettere sui singoli casi personali che non possono essere generalizzati.

L’argomento è assai ampio, lungo e di non semplice trattazione e sarebbe bello poterlo approfondire analizzando i singoli casi specifici dei separati conviventi e dei divorziati risposati circa la loro limitazione dal potersi accostare ai sacramenti, ma l’articolo di un blog non si presta a questo esercizio.

CONFESSIONE/PENITENZA ED EUCARISTIA: SI’ O NO?

Qui, nel voler riprendere l’aspetto del proponimento a non ricadere negli stessi comportamenti, in particolare per situazioni di questa natura, riporto quanto dice il Cardinale, nel citato testo, al capitolo 3.6:

“A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in Grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa” (n. 305)”.

Prosegue:

“Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante”.

Continua e conclude:

“In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, <<ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì luogo della misericordia del Signore>>. Ugualmente segnalo che l’Eucaristia <<non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli>>.

Mi sembra di poter dire che in tre passaggi si siano condensati molti dei concetti che abbiamo espresso, fermo restando quanto detto e senza nulla voler togliere, credo che la complessità del voler essere coerenti correndo anche il rischio di diventare “legalisti” con noi stessi, sia molto alto.

Se fossimo perfetti, allora il Signore è morto in croce ed è risorto per nulla: non avremmo avuto bisogno di Lui per essere salvati. O mi sfugge qualcosa? Inoltre sento il bisogno di sottolineare come la lontananza dall’Eucaristia e dal sacramento della Riconciliazione indebolisca l’uomo perché, se i sacramenti sono dei doni, allora il privarsene o l’esserne privato significa non poter ricevere quel dono e i relativi benefici.

E’ come dover affrontare una ripida salita in montagna, sotto il sole caldo, e non bere o privarsi di sostanze proteiche. Probabilmente si arriverà ugualmente in vetta, ma il rischio di qualche incidente di percorso sarà più facile!

Al punto 3.7 sempre del citato testo, si legge: “La Chiesa, dunque, potrebbe ammettere alla Penitenza e alla Eucaristia i fedeli che si trovano in unione non legittima, i quali però verifichino due condizioni essenziali: desiderano cambiare tale situazione, però non possono attuare il loro desiderio”.

Confessione ed Eucaristia

Anche perché, altrimenti, se dobbiamo prendere alla lettera le disposizioni in materia di ammissione ai sacramenti per questa categoria di persone, visto che permangono in uno stato di “irregolarità”, (in contrasto col proposito a non più peccare – far l’amore con la nuova compagna, in pratica – e a fuggire le occasioni prossime di peccato – cioè a rifare l’amore…) allora avendo commesso e in modo ripetuto un peccato mortale (adulterio?) e non potendo essere assolti, in quanto vengono meno i due punti – qui richiamati in parentesi – e un terzo fattore, il “pentimento”, allora, ripeto, sono già tutti condannati all’Inferno!

Il che mi sembrerebbe un assurdo e cioè che per un eccesso di amore, non potendosi confessare sacramentalmente per i motivi detti, si sia tutti condannati mentre, magari, chi ha ucciso, violentato, rapito, sciolto nell’acido un bambino e quant’altro, una volta arrestato e condannato, si confessa in carcere, si pente e quindi viene assolto: per eccesso di amore si è condannati; per eccesso di cattiveria, si è perdonati!

Scusatemi, ma forse mi sto alterando un po’!

Torniamo a noi, con calma, ma vedete quanti aspetti entrano in gioco e di conseguenza quanta necessità abbiamo di essere assistiti da chi – il presbitero – questi argomenti li conosce ed è preparato per aiutarci non ad auto-condannarci, ma a darci una mano per trovare quella pace interiore a cui tutti aneliamo, meritevoli o meno.

Ma perché il penitente non può essere assolto per determinati peccati da lui commessi e lasciare in sospeso gli altri? Perché non si “assolvono” o perdonano i peccati, ma si assolve e perdona il peccatore nella sua globalità, nella sua unità. Si condanna il peccato, sempre, e si assolve il peccatore pentito.

Ecco perché anche il sottacere volontariamente un solo peccato mortale inficia l’efficacia della confessione e genera sacrilegio. Ed ecco allora perché, in linea di principio, il separato convivente coniugalmente o il divorziato risposato, permanendo in una situazione di unione “moralmente illegittima” sia in costante peccato mortale, dove il proponimento a non più peccare è di fatto impossibile da materializzarsi.

Si tenga comunque presente, come abbiam letto più sopra, che esiste anche l’impossibilità a modificare una situazione di fatto venutasi a creare e cioè quella in cui ci siano coloro che desiderano cambiare tale situazione, però non possono attuare il loro desiderio.

Un’ultima considerazione. Talvolta capita che sia uno dei due coniugi a prendere unilateralmente la decisione ponendo l’alto coniuge, di fatto, in una condizione di diventare un divorziato pur contro la sua volontà. Cosa dovrebbe fare quest’uomo o questa donna di conseguenza? Vivere il resto della propria vita da solo/a per decisione dell’altro/a? Non è che abbiamo due vite, una vissuta e l’altra di scorta se la prima va male… E pensiamo anche a situazioni di persone rimaste vedove e non necessariamente ottuagenarie, che si uniscono ad un’altra persona, single o separata o divorziata e per ragioni economiche (vedi il non perdere la pensione di reversibilità del marito o moglie defunti…) non si sposano e convivono per il resto della propria vita come marito e moglie. Condanniamo anche loro perché colpevoli di fare sesso senza essere sposati?

CONCLUSIONE

Vorrei concludere con l’ultima fase, cioè l’assoluzione dai peccati e la “penitenza” per i peccati commessi.

L’assoluzione è lo scopo finale al quale ambiamo e per la quale siamo andati a confessarci. Ma cos’è il sacramento della Riconciliazione? Un sacramento dove il sacerdote ti “compatisce”, nel senso latino del “cum patire”, cioè del condividere la tua sofferenza per il peccato commesso o il “guai a te!” con la folgore in mano!?

Quando uno sbaglia e se ne rende conto, cerca il perdono, anche nelle umane relazioni, vuoi familiari, vuoi amicali, e spera nella comprensione dell’altro. Così deve essere durante la confessione. Subentra il desiderio di fare pace col Signore che per il tramite del sacerdote ti riconcilia a Lui, cioè ricuce quello strappo che abbiamo prodotto col nostro agire sbagliato, non allarga lo squarcio, altrimenti non lo si risana più…

Quella mano benedicente è la sintesi della Misericordia di Dio che scende su di noi, è il Suo abbraccio, è la Sua accettazione della nostra richiesta di perdono. E solo un Re può perdonare ed elargire la propria misericordia, non certo il suddito, il servo. E questa azione regale viene espressa nella “semplicità” di un gesto, un segno di croce che per il tramite di quella mano cancella il peccato con la frase di rito.

Il presbitero, cioè il sacerdote, tenendo stese le mani (o almeno la mano destra) sul capo del penitente, dice:

“Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

E il penitente risponde: “Amen” che significa “Così sia” cioè, così avvenga, è una accettazione di quanto ricevuto.

E la penitenza? Ah, già, la penitenza… me l’ero scordata. Penso che la penitenza maggiore sia quella mortificazione di dover accusare le proprie malefatte, ma il senso della penitenza non è semplicemente la preghierina “Padre, Ave e Gloria” recitata di corsa e via. La reale penitenza è quella che passa attraverso l’impegno di comportarsi in modo coerente, dopo un autentico pentimento, cercando di evitare le occasioni prossime di peccato, ma anche di fare delle opere di carità, cercando di modificare un po’ per volta un proprio difetto, un limite comportamentale, ecc.

L’intensificare la preghiera e i momenti di spiritualità possono certamente aiutare a mantenersi sulla retta via perché se seguiamo i nostri sensi e i nostri istinti, senza un controllo opportuno, cadremmo e ricadremmo spesso e volentieri negli stessi peccati per i nostri limiti creaturali.

In generale, indipendentemente da chi è il penitente e la ragione specifica per cui va a confessarsi, in conclusione, una cosa posso dirla sinceramente: al termine di una confessione ben fatta, magari sofferta (come dovrebbe essere se autentica, perché ammettere le proprie mancanze non è una cosa che si fa a cuor leggero) e dopo essere stati assolti, ci si sente veramente risollevati, più leggeri dentro e il sorriso riappare sul volto, ci si sente più buoni, rappacificati col mondo che vien visto in modo diverso, migliore o, quantomeno, dal lato positivo.

Circa l’ammissibilità al comunicarsi in stato di peccato mortale, senza essersi confessato, valgono per chiunque, anche regolarmente sposato, le parole severe di San Paolo in Cor 11, 27-30: “Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini sè stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.” E il CCC  al n° 1385 stabilisce che: “Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione”. Anche dalla Ecclesia de Eucharistia 36 si afferma che “si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale”.

Di certo, e concludo realmente – ma non è facile con un argomento di questo genere – è ancora una volta la coscienza dell’essere umano che viene interrogata e tra il timore di andare contro le norme morali e religiose e subire le conseguenze per la salvezza della propria anima e vivere la propria vita astenendosene, pur con la sofferenza di chi crede in quel cibo di salvezza e non può cibarsene, lascio ad ognuno di voi esprimere la propria opinione, pur confidando nella infinita misericordia di Dio.

Con affetto, Antonio.

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2 risposte

  1. Buongiorno, mi chiamo Diego e ieri ho disperatamente cercato qualcosa, qualche consiglio, su come le persone separate si devono o dovrebbero comportare, secondo i canoni della Chiesa che d’altronde, sono quelli di DIO.
    Io sono separato dal 2013 e sono in procinto del divorzio anche perchè da più di 3, quasi 4, sono accompagnato con un’altra donna che ho intenzione di sposare, ovviamente civilmente.
    Ed è proprio questo che mi dilania il cuore. Sono consapevole di essere “tagliato fuori” e non so come uscirne. Mi sento perso e svuotato pur sapendo, che Cristo mi è vicino e mi ha salvato.
    Ma per quanto mi riguarda, l’offesa a Lui rimane.
    Non vado oltre perchè non basterebbe un intero libro per esternare le mie emozioni, le mie tristezze e le mie paure.
    In Cristo Gesù le auguro ogni bene.

    DIEGO

  2. Caro Diego, innanzitutto l’umiltà di riconoscere il proprio status e il desiderio di rientrare nell’ambito della Chiesa, cioè di essere riammesso ai Sacramenti della Riconciliazione e della Eucaristia, le fa onore. In un mondo sempre più scristianizzato, trovare un credente che, seppur caduto in “disgrazia” dal punto di vista relazionale e affettivo, matrimonialmente inteso, sente profondamente questo desiderio, è degno di rispetto e della massima considerazione. Non sono un presbitero, men che meno un vescovo, ma posso dirle che nella diocesi di Milano (non so dove lei abiti…) esiste un Ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, sia per una consulenza legale inerente una eventuale causa di nullità del matrimonio (anche dopo il divorzio) che per informare sulla possibilità, per i fedeli in nuova unione, di accedere ai sacramenti, alle condizioni previste da Amoris Laetitia. Si informi in tal senso c/o la sua diocesi. Umanamente e cristianamente, mi sento di dirle solo che non deve lasciarsi prendere dallo sconforto e non deve temere o aver paura del “castigo” di Dio, perchè Dio ci è Padre di Misericordia, non giudice inflessibile che, Tavola dei Dieci Comandamenti alla mano, vaglia la nostra vita e decide se assolvere o condannare. Domando: chi si salverebbe a tale stregua? Stia sereno, continui nella preghiera e abbia fede nella comprensione e nella compassione (dal latino “cum-patire”, cioè “condividere la sofferenza”) del Signore che guarda il suo cuore e non il legalismo… Fratelli in Cristo, la abbraccio. Antonio.

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