PREMESSA
Il tema che vorrei affrontare con voi in questo articolo nasce da una riflessione che ho avuto il piacere di ascoltare da un presbitero – anche esorcista, ma non parlerò di diavoli e liberazioni – inerente il nostro rapporto con Dio Padre e il Figlio relativamente al giudizio a cui saremo sottoposti “post – mortem”, ma anche dopo aver rotto quel rapporto di amicizia con Dio Padre, peccando.
Sia chiara una cosa: questo blog è rivolto a chi crede come cristiano cattolico in una vita oltre la vita e in un giudizio finale, quindi crede in Dio e nella ortodossia della Chiesa cattolica. Per chi fosse ateo o agnostico o di altra fede e/o confessione religiosa non cristiana e non cattolica e quindi non interessato a questa problematica, suggerisco di terminare qui la presente lettura: il procedere non avrebbe senso per lui, ma un senso, volente o nolente, ce l’ha e una domanda esistenziale, comunque, credente o meno ce la si pone. Quale? Semplicemente: ma dopo la morte che fine faremo?
INTRODUZIONE
Nella seconda lettera di San Paolo a Timoteo (2Timoteo 4,6-8), si legge:
“6 Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. 7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. 8 Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione”.

Credo che queste parole dette da San Paolo, l’apostolo delle genti, ma anche il persecutore della nascente Chiesa e dei cristiani prima della conversione iniziata con l’episodio dell’incontro speciale col Signore sulla strada di Damasco, diano una luce di speranza sul nostro destino finale.
In che senso? Lascio a voi la risposta dopo aver esaminato alcuni aspetti della relazione tra Gesù Cristo (Gesù significa “Colui che salva”, il Salvatore, non dimentichiamolo, non colui che condanna…) e noi, Sue creature e il modo in cui ci ha salvati, perché, se non fosse ancora chiaro, noi siamo già stati salvati dal Signore, ma leggiamo attraverso quali fasi Lui continua a rinnovare la Sua salvezza in noi.
ANALISI
Il Signore Gesù, con la Sua morte in Croce e col Suo Sangue, ci ha redenti e con la Sua Resurrezione ci ha salvati dalla morte eterna sconfiggendola. Ma in che modo il Signore ci ha salvati e ci salva? Con quattro modalità, sequenziali.
Proviamo ad analizzarle.
- PERDONANDO I NOSTRI PECCATI, LE NOSTRE COLPE

Ma che differenza c’è tra «peccato» e «colpa»? Da Toscana.it nella rubrica: Risponde il teologo, del 3 maggio 2011 Roberto Rossi così si esprime: “Il peccato è un termine analogo cioè si attribuisce a molti atti che in genere violano una qualche norma, ma in senso proprio è un atto che va contro Dio stesso. Infatti il vero e primo peccato, «l’originale», è contro Dio. La colpa similmente si attribuisce a molte cose, ma di per sé è la conseguenza negativa, un demerito, per una responsabilità violata”.
Chiarita la differenza, ma al tempo stesso la comunanza, tra i due termini, la prima azione che il Signore opera in noi è il perdono. Ma cosa dobbiamo fare per ottenerlo? Le opere pie? La carità? I sacrifici? Flagellarci dalla mattina alla sera? No, credo che siamo fuori strada se pensiamo di salvarci (e qui sta il primo errore: noi non ci salviamo da soli, ma è Lui a salvarci!) con le nostre “buone azioni” i famosi “meriti”… Il Signore non ci chiede uno “scambio” di cose, perché “per – dono” significa “per – regalo”, cioè “gratuitamente” senza chiederci nulla in contraccambio! Non è un mercimonio, un “do ut des”!

Desidero, però, fare una precisazione per non essere frainteso.
Se non ci salviamo per l’esclusività dei nostri meriti, cioè una “auto-salvezza meritocratica”, la presunzione di salvarsi senza merito e cioè senza cercare di operare nella carità sulla quale verremo giudicati – perché tutti saremo sottoposti ad un giudizio divino e saremo giudicati sulla carità, cioè sull’amore verso Dio e verso il nostro prossimo o la relativa mancanza – è il rischio maggiore o l’equivoco in cui potremmo cadere.
Una cosa è credere nell’infinita Misericordia di Dio Padre che ci perdoni per le nostre ripetute fragilità (come Gesù stesso ci dice rivolgendosi a Pietro in Matteo 18,21-22: “21 Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». 22 E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”), un’altra è ragionare partendo dal presupposto di fare ciò che ci pare su questa terra, soprattutto nel male, e poi escludere un giudizio di condanna da parte Sua. Questo sarebbe un Dio che è sì misericordioso ma non giusto, perché questo assunto ci indurrebbe la falsa misericordia di Dio e cioè credere che non ci siano conseguenze per le nostre azioni fatte con “piena avvertenza, deliberato consenso e materia grave”: le tre condizioni che caratterizzano il peccato mortale.
Al tempo stesso, per comprendere correttamente cosa si intenda per infinita Misericordia divina e in che senso sia “slegata” – con una apparente contraddizione a quanto appena detto – dal “merito”, vi invito a leggere il passo del Vangelo di Luca che vi riporto per la sua brevità e per facilitarvi nella riflessione:
Luca 23,39-43
39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». 40 Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41 Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». 42 E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43 Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».
Osserviamo assieme le frasi sottolineate.
La prima “Neanche tu hai timore di Dio” pone in evidenza la nostra posizione nei confronti di Dio: il timore, qui probabilmente inteso più come “paura” che “rispetto”, così come deve essere intesa, in modo corretto, l’espressione “aver timor di Dio” e non il “terrore di Dio”…

Quando l’uomo si sente prossimo a rendere la propria anima/vita al Padre eterno, ad eccezione di qualche Santo, un senso di, definiamola, “ansia” credo attraversi tutti, almeno per un attimo, la nostra mente se non il nostro cuore. Paure per i nostri peccati non confessati o confessati male; paura per non aver avuto il tempo o la volontà di chiedere scusa a qualcuno per una manchevolezza nei suoi confronti; un’offesa recata ad un amico o un vecchio rancore verso di lui non sanato, ecc. in una parola, un trovarci in difetto anche col Signore per qualche bestemmia rimasta in “sospeso”, di certo non ci lasciano scevri dalla paura di un giudizio finale che potrebbe decretare la nostra condanna eterna…
E qui, qualche brivido ci accompagna, cattiva compagnia degli ultimi istanti di vita terrena: quel giudizio si trasforma nella nostra mente nella temibile condanna eterna, l’Inferno per la nostra anima. Ma al tempo stesso subentra la consapevolezza dei nostri errori, delle nostre fragilità e dell’appellarci alla misericordia di Dio al quale, con umiltà (la cui etimologia deriva dal latino humilis, che a sua volta deriva da humus, cioè “terra”. Pertanto, “umile” significa letteralmente “basso”, “che sta in basso”, o “che proviene dalla terra”. Questo concetto si collega a un senso di modestia e al non ergersi al di sopra degli altri), chiediamo perdono per averlo offeso.
Il versetto 40 così recita: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» dopo aver riconosciuto umilmente la propria colpa, il malfattore rivolgendosi all’altro dice: “[noi]… riceviamo il giusto per le nostre azioni” cioè riconosce il proprio errore.
Vorrei fare una precisazione che ci permetterà di comprendere meglio e ancora una volta la grandezza del Signore. All’inizio del brano evangelico, il versetto 39 recita: “Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava…”, e il 40 inizia con queste parole: “Ma l’altro lo rimproverava…”. Perché questa sottolineatura? Perché sin da bambini siamo stati istruiti differenziando i due “ladroni” (termine usato nel linguaggio comune mentre il testo originale, in greco, usa il termine “kakourgoi“, che significa letteralmente “malfattori” e si riferisce a chi compie atti malvagi, crimini o azioni negative, non necessariamente al solo furto) quello “buono” (il “buon ladrone”) dall’altro che non viene definito “cattivo”, ma lo si lascia dedurre per differenza.

Ora, nel Vangelo si parla di “malfattori”, entrambi, non uno “buono” e l’altro “cattivo”, ma delinquenti tutti e due! Infatti il versetto 40 precisa “Ma l’altro” sottintendendo “malfattore” pure lui. Quindi? Quindi la diversità consiste non nell’origine dei due e di chi sia stato più o meno delinquente, visto che entrambi sono stati crocifissi, ma nel modo in cui “l’altro” si è riconosciuto tale e ha chiesto al Signore di ricordarsi di lui (non gli ha chiesto nemmeno esplicitamente il perdono, ma umilmente di ricordarsi di lui…) quando entrerà nel Suo regno dimostrando fiducia in Gesù crocifisso.
Questo atto di fiducia nel Signore ha determinato la sua salvezza! Gesù non gli ha chiesto di fare l’elenco di tutte le sue malefatte, fattogli chiedere perdono e, per ricevere l’assoluzione, preteso la preghierina di penitenza… ma ha ascoltato la richiesta di affidamento alla Sua Misericordia! E Gesù in quel preciso istante gli risponde: “…oggi sarai con me nel paradiso”! Non tra qualche decennio o millennio di Purgatorio e di penitenze/sofferenze riparatrici, ma oggi stesso, direttamente!
Paradossale logica e pedagogia divina: il primo santo in Paradiso (perché chi varca la soglia del Paradiso è Santo…) è stato un malfattore! Passatemi la battuta: allora abbiamo buone speranze anche noi…
2. LIBERANDOCI DALLA SCHIAVITU’ DEL PECCATO

Cosa vuol dire? Noi ci sentiamo liberi proprio perché possiamo fare quello che vogliamo, in primis, trasgredire alle dsposizoni delle leggi e ai comandamenti, alias peccare! Ne siamo proprio sicuri? Veramente siamo così liberi come vorremmo far credere agli altri e, per primi, ingannare noi stessi nel momento in cui pecchiamo e perseveriamo in questo comportamento? Forse che dipendenze materiali e morali non ci rendono schiavi di quelle stesse dipendenze? Che un drogato possa dichiararsi padrone della propria volontà di non assumere sostanze stupefacenti di cui fa abitualmente uso? E parlo anche semplicemente, si fa per dire, del fumo, dell’alcool… E che dire di un uomo che arriva a dover essere “disintossicato” in cliniche specializzate dalla dipendenza sessuale della pornografia (vedi anche attori famosi per loro stessa ammissione pubblica…)? E i pedofili si sentono liberi dalla loro devianza? E potrei continuare…
Vedete come questo fumo di Satana svanisce come neve al sole…? Pensate quindi come il perdono sia solo il primo step per la salvezza, ma non sufficiente da solo in quanto è come quel padre che perdona il figlio per un errore ripetuto e nel quale tende a ricadere con frequenza – vedi per es. il vizio del fumo/alcol o di far uso di droghe in senso più deleterio – ma poi deve attivarsi per aiutare il figlio a distogliersi da quel comportamento sbagliato e lesivo per la sua salute fisica (spesso soprattutto psicologica), altrimenti continuerà a ricaderci.
Ecco, il Signore ci libera con il Suo sangue “…sparso in libagione…”, come detto nella lettera di Paolo, cioè effuso sulla croce per noi, per la nostra salvezza dal male che continua ad affliggerci, una volta per tutte. Detto in altri termini, ci tira fuori da quella situazione che ci prostra. Differentemente sarebbe come perdonare, umanamente parlando, un carcerato, ma lasciarlo a vita in galera… Sarebbe un perdono inefficace ai fini della salvezza di quell’uomo, del riabilitarlo, rigenerarlo a vita nuova, restituirgli la dignità di essere umano.
3. CAMBIANDOCI IL CUORE

Ma come fa a liberarci da questa schiavitù? Il Signore non si limita ai due step precedenti, ma persevera cambiandoci il cuore. Oh, non sarà diventato un cardiochirurgo? Di più! Il Signore opera in noi una completa metamorfosi, un cambiamento del nostro cuore vecchio, gravato ed affaticato dal peso del senso di colpa. Essere perdonati, esseri liberati e liberi di correre, ma con un cuore “infartuato”, si fa poca strada, e quel senso di colpa che continua a tornarci, non ci fa stare bene e quindi alla fine ci sentiamo parzialmente rinnovati, ma se non interveniamo sulla causa che continua ad affliggerci, tutto sembra inutile perché l’essere umano vuole la felicità, la serenità dentro di sé, non il rimorso che continua ad affliggerlo, altrimenti che differenza c’è, per usare la stessa metafora, nell’essere stati liberati ma ancora con le “manette al cuore” in balia dei ricordi che lo fanno soffrire e lo tengono in loro possesso?
Il Signore Gesù, in croce, morendo per noi ci ha chiesto di dargli – si è preso su di sé – i peccati del mondo, cioè i nostri peccati, e li ha offerti per noi in sostituzione di noi, facendosi “peccato” per noi, giustificandoci davanti a Dio Padre perché li distruggesse nel braciere della Sua Divina Misericordia!
In Galati 3, 13-14 si legge: “13 Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, 14 perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede”.
Riporto da Internet:
<<La frase “maledetto chi pende dal legno della croce” è un riferimento biblico per spiegare che Cristo si è caricato della maledizione della Legge per riscattare l’umanità. In questo senso, la frase non si riferisce a Gesù in modo letterale, ma a chi, rifiutando la salvezza di Cristo, rimane sotto la maledizione della legge>>.
In sostanza, il Signore, con la Sua crocifissione, diventa “maledetto” (nel senso di disprezzato e condannato) per amore, assumendosi la maledizione che era destinata agli altri “…perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede”. [Le promesse divine includono il garantire che tutte le nazioni della terra saranno benedette in Lui].
In conclusione, l’espressione viene usata per enfatizzare il gesto di sacrificio di Cristo, che ha reso possibile la redenzione per tutti coloro che credono in Lui. Questo è il punto!
4. DANDOCI UN CUORE NUOVO
Siamo giunti all’azione finale: la donazione di un cuore nuovo. Il nostro “cardiochirurgo” effettua un “trapianto”. Ci dona un cuore nuovo, il Suo, pieno di amore per noi facendoci comprendere non con lo spauracchio del castigo, ma con la Sua donazione in croce, con quel cuore trafitto dalla lancia del centurione nella quale, permettetemi di sintetizzare, ci sono tutti i peccati che l’hanno trafitto e che continuano a trafiggerlo ancor oggi.

Senza questo rinnovamento, la Sua azione di salvezza per noi sarebbe incompleta e la Sua salvezza incompiuta. Lui ci ama al punto di aver sacrificato sé stesso per noi. Ci ha immesso quella grazia di salvezza per la quale ha effuso il suo sangue, gratuitamente, sparso in libagione, senza chiederci nulla in cambio se non una cosa sola.
Che cosa? Di chiedergli questa grazia, di domandargli con tutte le nostre forze di essere salvati, cioè di non vanificare il sacrificio che Lui ha fatto per la nostra salvezza, rifiutandola. Il Signore non ci chiede opere mirabolanti o di essere perfetti, senza macchia… ma di amarlo. Sappiate che il più grande dei nostri peccati non Gli provocherà mai maggior dolore del temere che non possa perdonarci per averlo commesso: equivarrebbe al tremendo e, qui sì, imperdonabile peccato contro lo Spirito Santo, la cosiddetta “bestemmia contro lo Spirito Santo” che non è la classica bestemmia, ma il rifiuto ostinato e totale, sino alla fine della propria vita, circa l’accettare ed accogliere il perdono di Dio! Sarebbe dare dell’ “impotente” a Dio, l’Onnipotente per definizione… sarebbe un depotenziarlo, masochisticamente, a nostro unico e solo danno.
E qui, per chi si trovasse in una tal terribile situazione, suggerirei di ritornare al punto 1 di questo articolo, rileggerlo integralmente, e di riflettere bene sulle conseguenze di un tal indurimento del cuore. Forse, in questo caso, il “trapianto” sarebbe quanto mai urgente sperando che non sia già stato effettuato una prima volta e, per una “recidiva”, abbia avuto un “rigetto”…
CONCLUSIONE
Quest’ultimo punto parla, dunque, di conversione del cuore che il Signore opera in coloro che lo chiedono con perseverante costanza perché solo costoro, prima o poi, se non si stancheranno di chiederlo, nella preghiera del e col cuore, riceveranno questa grande grazia.
Perché chiederlo con insistenza? Perché il Signore non fa violenza a nessuno, rispetta la nostra libertà, il nostro libero arbitrio e rimane sulla porta del nostro cuore, attendendo che noi lo lasciamo entrare per operare con la Sua azione di grazia, di conversione, come, umilmente, ho cercato di esporre.
Un’ultima cosa. Anche il Signore ha un “difetto”: ama farsi… pregare.
Con affetto, Vostro Antonio.


















4 risposte
Un tema assai difficile perché una creatura non ha minimamente la possibilità di conoscere il pensiero di giudizio del Creatore. Ci si introduce in territori inesplorati e, per certi versi, si azzarda. Ricordandosi del “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie, come il cielo sovrasta la terra, così i miei pensieri sovrastano i vostri”, il tentativo dello scrittore, peraltro dotato di fede robusta, è quello di dare un senso al giudizio personale e finale che ci attende al termine della nostra esistenza terrena. Quindi cerca di “inculcare” un atteggiamento del Creatore che ama le sue creature e da qui toglie la pressione psicologica dell’ultimo istante che si traduce in paura. D’altro canto non bisogna equivocare basandoci sul nostro modo di ragionare che tutto è lecito, tanto Gesù è misericordioso! E’ questo il succo del discorso, cioè di comprendere dove sia il limite tra il peccare e la misericordia del Padre.
Caro Carlo, il tema sulla Misericordia di Dio e il rapporto col peccatore e il suo peccato, relativamente al Suo perdono (Dio Padre condanna sempre e inesorabilmente il peccato, ma salva il peccatore che si pente sinceramente del suo peccato mortale), è tema di discussione che contrappone, anche nell’ambito della Chiesa, due atteggiamenti: il “legalismo” della Giustizia e la sua applicazione misericordiosa. Nel mio blog ho chiaramente ed anche graficamente evidenziato il concetto di non pensare di fare ciò che si vuole nel male e non temere od escludere poi il giudizio di Dio. Mi sembra che su questo punto si possa condividere la stessa opinione. Ricordiamoci però che questo atteggiamento insensato dell’essere umano è portatore in sè di una immaturità di fede o, quantomeno, di una superficialità interpretativa disarmante: una “ingenuità” di ragionamento che rasenta la “stupidità”, una forma infantile di “furbizia”. Un proverbio recita così: “Il Signore è buono come il pane, ma non come il salame” alludendo chiaramente al fatto che il Padre eterno è sì buono, ma non stupido… Detto questo, ricordiamoci anche che nel giudizio finale il Signore anteporrà la mano della Misericordia a quella della Giustizia “legalista” perchè se dovesse applicare “tout court” la “Legge” credo non si salverebbe nessuno. Ora penso che nessuno commetta un peccato mortale (l’unica “tipologia” di peccato che, nelle sue tre componenti “piena avvertenza, deliberato consenso e materia grave”, tutte e tre presenti contemporaneamente e con la volontà di offendere Dio e che ci condannerebbe alla pena eterna) col proposito di volerlo fare – anche se non lo si può escludere, ovviamente – ma penso che anche il peggior peccatore che abbia commesso un peccato grave, mortale, di fronte a un sincero pentimento, possa essere accolto dal Giusto Giudice. Il rischio della severità di giudizio e del rimanere vincolati a questa forma mentis potrebbe portare anche al più grave e, qui sì, imperdonabile, dei peccati: quello contro lo Spirito Santo, cioè proprio contro quel Dio al quale neghiamo la Sua possibilità di perdonare il nostro peccato, cioè il negargli la Sua superiorità al peccato stesso, peccato per il quale è morto e risorto salvandoci dalla morte eterna. Ecco, evitiamo di cadere, seppur in buona fede, in questo equivoco: Dio perdona tutto, sempre, a patto di chiedergli perdono delle nostre fragilità. Diceva Papa Francesco, in una sua celebre frase: “Il Signore non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono”. Grazie per la tua osservazione. Con affetto, Antonio.
Buongiorno Antonio. Nel tuo esaustivo e profondo blog, c’è assolutamente tutto e l’unica cosa che mi sento di dire dal profondo del cuore è… GRAZIE, perché in tante citazioni sia bibliche che spiegate, poi, letteralmente, mi sono identificato. Sì, purtroppo il mio problema spirituale, che è la conseguenza di un vissuto terreno, mi fa cadere, spesso, in questa “paura” di un continuo errare, ma poi il mio cuore si placa perché sento, attraverso la parola di DIO ed attraverso anche questi interventi di persone come te, che, inviate dal Signore, danno serenità ma soprattutto infondono coraggio e speranza. Sto vivendo il mio peccato con una certa angoscia ed anche se ho avuto il modo di confrontarmi con i sacerdoti, comunque, è ancora presente come un “reato continuato” che non mi lascia respirare. Ed è per questo preciso motivo che, l’unica medicina, è il Nostro DIO. Ed è con questi sentimenti e con questo spirito, che auguro a te, Antonio, e a tutti voi lettori, un Santo Natale ed in Gesù Cristo, prego per me e per ognuno di voi e per chi cerca con insistenza il Signore. Grazie, DIO VI BENEDICA
Caro Diego, ti ringrazio per l’apprezzamento che mi esterni, ma soprattutto per l’umiltà con la quale testimoni il tuo stato d’animo e la difficoltà che stai vivendo e che è motivo di sofferenza per te. L’umana fragilità non è buona compagna di vita nella quotidiana lotta contro il male e il peccato, ma ha un pregio: quello di non farci inorgoglire, ma renderci consapevoli dei nostri limiti creaturali. Questo, Dio, nostro Padre, lo apprezza soprattutto quando non diventa giustificazione al nostro comportamento, non sempre conforme alla Sua volontà, ma ammissione della nostra caducità. Il Signore esalta l’umile e umilia il superbo – vedi Luca (Lc 14,11; 18,14) e Matteo (Mt 23,12) – quindi non crucciamoci per la nostra debolezza, per il nostro cadere ma, forti della Sua forza, allunghiamo la nostra mano ed afferriamo la Sua, lì, già tesa ancor prima che chiedessimo il Suo aiuto. Grazie per gli auguri, che estendo ai miei lettori tutti, e ricambio con tutto il cuore. Fratelli in Cristo Gesù, che rinasce ancora una volta per la nostra salvezza, ti abbraccio caramente. Con affetto, Antonio.